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venerdì 24 agosto 2018

Molti incontri

L'atteggiamento dell'incontro è forse quello che meglio caratterizza il periodo della vacanza, almeno per quanto riguarda le esperienze che, insieme alla mia famiglia, ho vissuto in questa estate.
Fuori dai contesti quotidiani, la mente è più aperta, più affamata di stimoli positivi, più incline a allineare il pensiero all'ampio orizzonte del mare, o ai frastagliati margini di un bosco, che alla concentrazione e concitazione del lavoro e delle attività.
In qualunque luogo ci si trovi, penso che le occasioni di incontro, in cui l'anima si affaccia, ingenua, alle meraviglie del mondo,  non manchino.

Incontro con la natura:
        più che in altri periodi dell'anno, ci si trova immersi in ambienti naturali, si percepisce il sole, il vento sulla pelle, si ragiona e si dipende dai capricci del tempo per organizzare le proprie giornate, si hanno contatti con piante e animali ( pesci che ti nuotano intorno mentre sei a mollo nel mare o donnole che ti attraversano la strada di montagna che stai percorrendo, per dirne un paio; potrebbero parere banali, ma con l'atteggiamento di apertura e di scoperta, sono perle di esperienza).

Incontro con la fantasia, che  concretizza le visioni del quotidiano in colore e forma, di ogni tipo.

Incontro con l'arte, con l'ambizione, con la grandezza umana cementata tra le pietre testimoni della storia.

Incontro con i libri, non per l'oggetto in sè  o per le storie che narrano, ma per l'incontro con chi li ha scritti, annullando con il gesto di sfogliare le pagine, ogni lontananza nel tempo, nello spazio, nella cultura.

Incontro con la diversità umana, con i milioni di persone che lavorano, si muovono, amano, dialogano,  riconoscono nell'altro una parte di sè. Incontrare altri da noi, confrontare comportamenti, abitudini, apprezzarne il lavoro, porta a diminuire la sovrastima che si ha di sè, del proprio nucleo originario, e aumenta l'apprezzamento per l'intero genere umano e per le culture che lo formano.

Incontro con la dimensione familiare, vissuta nei tempi della vacanza, mai abbastanza lenti,  focalizzati nel vivere insieme esperienze uniche, perchè unico il momento in cui le si vive.

Incontro con se stessi, coi bilanci non fatti, le domande mai poste o rimandate, col riposo della mente, con la voglia di ripartire con progetti e idee.



lunedì 5 marzo 2018

Dieci cose che ho imparato nell'essere padre

(approssimandosi la festa del papà, mi hanno chiesto una riflessione da pubblicare sul periodico Voce Amica, che qui riporto) 

In questa società liquida dove  i cambiamenti sono repentini, così come i diversi atteggiamenti dei nostri figli, ci viene chiesto di essere padri.
La base granitica su cui si basava la famiglia di cinquant’anni fa si è sgretolata e con gli anni e anche attraverso errori mi sono reso conto che le modalità ereditate dalla nostra educazione familiare a volte sono inutili o controproducenti.
Da queste e altre considerazioni nasce l’elenco, stilato qui sotto,  delle cose che ho imparato nell’essere padre.
  1. Ho imparato ad accogliere. I figli  entrano nella tua vita senza chiedere permesso, riempiono la casa, scombinano abitudini e orari, e quando sono molto piccoli  rilasciano spiacevoli prodotti del loro metabolismo.
  2. Ho imparato la pazienza. Per una qualche legge sulla relatività universale, il tempo di un bambino scorre diversamente dal nostro, e quello di un adolescente pure.
  3. Ho imparato a sciare a quarant’anni con mio figlio Nicolò, a conoscere i balletti di danza classica con Maria Sofia, a rivolgere attenzione allo sport ( basket, judo, persino calcio),  e apprezzare la musica classica e i musicals grazie al talento di Filippo.
  4. Ho imparato a non restare confinato ai gusti musicali e di costume degli anni ottanta, perchè l’arte è evoluzione.
  5. Ho imparato a essere esempio senza pretendere di insegnare.
  6. Ho imparato a essere sostegno senza sostituirsi.
  7. Ho imparato a essere guida senza essere competitivo.
  8. Ho imparato a educare senza imporre propri modelli.
  9. Ho imparato che solo creando legami di coppia, solo con una armonia che non è assenza di conflitti, ma comprensione e volontà di superare le differenze, si può continuare  a crescere come genitori ( un grazie a Gabriella).
  10. Ho imparato a perdere i figli, perchè quando si affacciano alla condizione adulta, tu non sei più davanti a fare la strada, ma dietro, a guardargli le spalle.
“I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
[...]
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo.”

Gibran Khalil Gibran


domenica 24 dicembre 2017

La notte di Yousef



Yousef era esausto. Aveva camminato tutto il giorno e gran parte della notte, vagando affannosamente alla ricerca di un riparo soprattutto per Myrhiam, ormai gemente per i dolori del parto.
Una capanna, solo una capanna di pastori avevano trovato, messa loro a disposizione, mentre quegli uomini rozzi ma gentili avevano pernottato all’aperto.
Dopo che Myrhiam ebbe partorito, gli fu mostrato il bimbo. Un bel neonato che strillava al mondo il suo arrivo. Niente di particolarmente strano, niente di santo.
Era dunque questo minuscolo essere che avrebbe dovuto chiamare Yeshua, Yahweh che salva ?
Ebbe appena il tempo di ammirarlo e di stringere forte la mano della sua sposa.
Lei gli ritornò un sorriso affaticato e uno sguardo, lo stesso che lo aveva fatto innamorare, quando l’aveva notata la prima volta alla Festa delle Capanne.
Fu sbrigativamente allontanato dalle donne che avevano assistito al parto e e preso in consegna da un gruppo di pastori. Lo avevano rifocillato e con lui avevano festeggiato il nuovo nato.
Intorno al fuoco fecero girare un otre di vino con miele, e con molte allusioni brindarono al  nuovo padre.
Inebriato e confuso, i pensieri vagavano tra l’euforia della nascita, la preoccupazione per il futuro, i dubbi sulle decisioni prese.
Ricordava la gioia degli incontri con Myrhiam, le sere addolcite da tramonti che si spegnevano nei suoi occhi scuri, la felicità per le nozze imminenti …
Poi l’annuncio di quel bimbo nel grembo. Myrhiam glielo aveva detto guardandolo negli occhi, orgogliosa, aveva  tenuto testa a tutte le sue domande, alla sua rabbia. No, non era lui il padre del  bambino, ma Myrhiam non aveva conosciuto altro uomo. E come era possibile?
Un messaggero del Signore? Non si era mai udito. Perchè proprio a lei ? Non aveva risposto.
Aveva urlato, l’aveva minacciata. Ma lei ferma, impassibile, le mani sul ventre a proteggere la creatura che maturava in lei dalla veemenza di Yousef.
Quella notte, e molte altre dopo, il sonno non si era impadronito della sua anima agitata.
Egli le voleva troppo bene, la sua rabbia si era trasformata in rassegnazione, ma non poteva tenerla con sé. L’avrebbe allontanata, ma in segreto.
Quando giunse a quella decisione, si lasciò vincere dalla stanchezza e finalmente riuscì a dormire.
E sognò.  Dapprima sognò Myrhiam, che si allontanava da lui, egli voleva raggiungerla, ma era legato a un giogo, come un animale, come un mulo era costretto a girare la ruota di un mulino, e a ogni giro vedeva la sua sposa allontanarsi sempre più  e la sofferenza in lui si faceva sempre più grande.
Poi un essere  splendente, dalle vesti candide entrò nel suo sogno e gli parlò.
«Yousef, figlio di David, non temere di prendere con te Myrhiam, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Yeshua: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.»
Chi era quell’essere ? Parlava a nome di Dio ? Come poteva credergli ?
Il mattino dopo, Yousef era andato in sinagoga e aveva chiesto consiglio su come porsi rispetto ai segni che l’Altissimo ti poneva dinnanzi. 
Il sacerdote, intuendo l’inquietudine di quell’uomo, rispose che di fronte ai misteri di Dio  non si può fare altro che chinare il capo e pregare.

«Dov’è il bambino?»
La voce cavernosa proveniva oltre l’alone di luce del fuoco. Più di un pastore ebbe un sussulto e guardò preoccupato verso il punto da cui era giunta quella domanda.
Yousef si riscosse dal dormiveglia. Soldati?  Addetti al censimento? Com’era possibile che avessero già saputo del bambino? Non fece in tempo a riprendersi, che il tono cavernoso si fece appena più gentile.
«Dov’è il bambino che è appena nato.»  L’autore della domanda si avvicinò al fuoco.
Era un gigante, forse Goliyat tornato dagli inferi, ma giovane come lo era David. Misurava almeno quattro cubiti, e le sue spalle occupavano altrettanto spazio. Ed era un soldato romano.
Qualcuno intorno al fuoco mise mano al coltello.
Il gigante allargò le mani, a mostrare che non portava armi, e si mise a narrare.
«Ero appena uscito dalla taverna, non avevo bevuto molto. Mi trovo davanti un giovane dalle vesti bianche, che mi sorride. Provo a scansarlo, ma mi sembra di afferrare l’aria. Egli mi sfugge. Poi mi dice, sempre con il sorriso “Amico, ti devo  dare un annuncio. È nato un bambino.” Io alzo le spalle. Ne nascono tanti di bambini, e molti ne muoiono, è la vita. Ma quello prosegue. “Longino! Egli è nato anche per la tua salvezza. Sei chiamato ad avere un ruolo nella vita di quel bimbo. Ora vai, lo troverai dove più misera è la vita e più fredda è la notte."   Non ricordo cosa feci dopo. Mi sono ritrovato qui con in testa il solo pensiero di trovare quel bambino.»
Con riluttanza, Yousef rispose.
«È qui. È mio figlio.»
Nel dirlo, Yousef si sentì investito del compito che negli anni a venire lo avrebbe occupato per tutte le ore libere dal lavoro. Avrebbe accudito quel figlio, lo avrebbe protetto, gli avrebbe insegnato le Sacre Scritture, sarebbero insieme andati in Sinagoga e insieme avrebbero faticato, assaporato il sudore del lavoro, il profumo del legno e della pece.
Lo avrebbe cresciuto affinchè diventasse uomo.
E tutto l’orgoglio si tradusse in quella risposta.
«È mio figlio.»
Non il figlio di Dio, che così si sarebbe rivelato nel tempo.
Non un figlio bastardo, frutto di un concepimento in cui lui non aveva preso parte.
Non un figlio trovato,  piantatosi davanti al suo cammino per quella sorte che gli uomini di Israele ritengono essere spesso avversa nei loro confronti.
Un figlio. Suo figlio.

Il brusio intorno al fuoco era aumentato. C’erano molte persone. Qualcuno si rivolgeva a lui, anche se Yousef non era certo di comprendere tutto quello che diceva.
«Mi è apparso un Angelo, era un Angelo del Signore, ti dico. Non mi ha parlato, ma ho subito capito che dovevo venire qui, che qui è nato colui che sarà Re d’Israele. »
«C’era un ragazzo, me lo sono trovato seduto accanto a me.  Si è alzato e mi ha preso per mano, portandomi qui. Ma ora è sparito. »
«Noi abbiamo sentito come un coro di voci, no, non erano  voci  di pecore, che a volte paiono belare all’unisono. Le abbiamo sentite distintamente, cantavano Gloria nell’alto dei cieli. »
Le parole si sovrapponevano, alcuni lasciavano accanto alla capanna dei panni, ceste che si colmavano di cibo.
Yousef era stordito. Strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci. Tutti si congratulavano con lui, il padre che padre non era, ma che lo sarebbe diventato.
La porta della capanna si aprì, uscì Myrhiam, con in braccio un fagotto, che  porse a Yousef con uno sguardo carico d’amore.
Il volto del bimbo era sereno, ignaro del ruolo che avrebbe avuto nel mondo.
Lo avrebbero chiamato Yeshua, come aveva ordinato l’angelo.
Yeshua, Dio salva.
Egli lo sollevò in alto, per mostrarlo a tutti, e un’ovazione esplose tra la folla.

Una intuizione nacque in Yousef. Non era tanto importante essere certo della provenienza di quel figlio cresciuto nel ventre di Myrhiam.
Il vero mistero era un’altra domanda. Una domanda alla quale né i sacerdoti, né i saggi sarebbero riusciti a dare risposta sincera, ma che quel bambino che oggi era suo figlio avrebbe incarnato nella sua vita.
Una domanda semplice e profonda.


Da dove veniva tutto questo amore ?

martedì 23 maggio 2017

"La tentazione di essere famiglia" ovvero "Voglia di tenerezza"

E' stato un periodo, questo, in cui io e mia moglie Gabriella ci siamo confrontati mediaticamente  (al cinema e  nella letteratura) con molti temi legati alla famiglia.
va beh, non siamo noi...
Nelle serate gentilmente concesseci dai nostri figli (!), abbiamo assistito alla proiezione di, in ordine sparso:
"Mamma o Papà?": leggera commedia - troppo leggera, direi superficiale -  su separazione e figli, con finale consolatorio;
"Moglie e Marito": fantascientifico scambio di genere in una coppia in crisi, stereotipi smascherati e risate autoironiche sessiste ( nel senso che ognuni ride delle manie e dei vezzi del proprio sesso);
"Lasciati andare": Psicanalista ebreo cinico e annoiato, quasi separato, incontra spumeggiante e malandrina personal trainer, che lo schioda dalla stasi e gli fa apprezzare di nuovo la vita;

"Famiglia all'improvviso, istruzioni non incluse": tenera e appassionante avventura di un padre suo malgrado;

"La tenerezza":  drammatico doppio affresco sulla genesi della violenza domestica e sulla solitudine.

E' su questi ultimi due che mi vorrei soffermare. Il primo vede la rocambolesca costruzione, mediante l'esplosiva fisicità del bravo Omar Sy, di una famiglia non convenzionale. Tra lacrime e risate, propone interrogativi su quale sia il vero cuore pulsante di una famiglia.
Il secondo, tratto (un po' troppo) disinvoltamente dall'ottimo libro di Lorenzo Marone, "La tentazione di essere felici." ci mostra invece come questo cuore pulsante possa essere infranto, perchè bellissimo ma fragile.
Da diverse angolazioni, tutte queste opere credo intendano ribadire che è insita nell'uomo la voglia di famiglia, di rapporti di tenerezza con "altri"  da sè.  Ed è solo soddisfando questa esigenza nel senso più alto possibile ( rispetto, attenzione, amore, appunto) che ci si realizza in pienezza.

Spazio, tempo, materia, energia, informazione => interazione

Propongo qui  una apparentemente ardita comparazione.
Carlo Rovelli, nel suo magistrale Sette brevi lezioni di fisica  illustra il mondo fisico come " un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire contonuo di effimere entità" e  propone una teoria ( Teoria della gravità quantistica a loop) che designa come componente fondamentale un oggetto minuscolo "loop" che racchiude una certa quantità di energia e che non esiste in se, ma in relazione con i suoi simili con i quali interagisce. Questi loop non occupano lo spazio, ma sono essi stessi spazio,  non agiscono nel tempo, ma "sono essi stessi la sorgente del tempo". Quindi Rovelli  si domanda: " Dobbiamo accettare l'idea che la realtà sia solo interazione?"

Non è forse vero questo anche in senso psicologico? L'evoluzione ha portato  a rendere indispensabile l'interazione tra gli esseri umani, per sopravvivere dapprima, poi per migliorare sempre più la propria condizione.  Questo ha influito sulla identità di ogni singolo uomo.
Noi esseri umani, non siamo "reali" se non quando interagiamo con gli altri, quando entriamo in relazione?
E quanto più la relazione è profonda, piena, tanto più ci sentiamo arricchiti, godiamo della pienezza di senso della nostra vita.
E le azioni, e gli errori che inevitabilmente talune azioni comportano, non sono altro che tentativi di arricchire relazioni, scoprirle, rinnovarle.
Siamo assaliti in ogni momento dalla tentazione di essere innamorati, essere  coppia, essere famiglia, vivere una relazione che sia senso al nostro vivere.
E'  una tentazione bella, alla quale però non sempre siamo in grado di rispondere.

Ma non per questo non dobbiamo provarci.


lunedì 22 dicembre 2014

Qualcosa accadrà

S.Natale 2014



 
www.valbrembanaweb.com

  
ispirato e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di  #CampSacer2014



Spilli di ghiaccio colpiscono incessantemente il naso e le guance di Irma, le sole parti esposte all’aria gelida. Tutt’intorno a lei vortica  il pulviscolo  stendendo cortine di neve sospesa che li isolano dal paesaggio intorno.  
Qualche albero accanto segna un’ombra più scura. Irma spera di non incontrare un lupo o un orso.
Stringe forte la mano di suo fratello. Enea non può restare qui. Deve condurlo in salvo.  E può farlo solo lei, a meno che non accada qualcosa.
Sono nel mezzo di una bufera, proprio come quest’estate.
Lo sentivano che sarebbe successo, sin dalla mattina, quando un timido sole aveva riscaldato le ginocchia nude e le mani intirizzite. Durante la traversata, sempre in quota, sempre tra pietraie e radure di erba cesposa e tenace,  il tempo ha iniziato a guastarsi, il freddo sempre più insistente.
Temevano di dover affrontare ancora per ore quel cammino senza una meta visibile, quell’arrancare tra le rocce. Invece qualcosa è accaduto. Il gestore di un rifugio, posto più in alto del sentiero, interrogato da due mandati in avanscoperta si è detto disposto ad accogliere la comitiva per il pranzo.
Una accoglienza  provvidenziale. Una comunità eterogenea, piccoli invasori, un centinaio,  accolti con affetto dai gestori  e gli usuali ospiti sorpresi  e divertiti dal baccano, diventata quasi una famiglia.
Poi, sulla via del ritorno a valle, la bufera si è scatenata. Il nevischio penetrava in tutte le fessure, picchiava sul naso, accecava,  raggelava le labbra.  D’improvviso, qualcosa è accaduto.
Giunti a limite del bosco di larici, il sole si è liberato dalle coltri e ha sciolto la bufera in un soffio gentile.
Come vorrebbe fosse così anche ora. Ma è pieno inverno, e la notte si è già mangiata la poca luce del pomeriggio.
“Ho freddo!” si lamenta Enea.
“Coraggio! Ancora un poco.”  Enea è piccolo, non ha la sua stessa resistenza. Attraversare questa foresta innevata è una impresa difficile per un adulto, figurarsi per due ragazzini.  Ma ce la faranno.
Arrancano nella neve fresca, sovente cadendo a faccia in giù. E allora il gelo della neve giunge sino ai polsi, penetra nel collo, nelle orecchie.
Un latrare attutito blocca il respiro di  Irma. Lupi!
Sono ancora lontani,  ma i lupi sono veloci. Devono affrettarsi. Raggiungere un luogo sicuro.  Irma rimpiange di non aver letto Zanna Bianca o Il richiamo della Foresta. Magari avrebbe imparato come difendersi dai lupi.
“Irma, io ho freddo! Torniamo dentro.”  
Fratello rompiscatole!  Mai una volta che stia al gioco.
“Irma! Enea! Rientrate? Siete stati in giardino per più di due ore. Non vorrete prendervi un malanno la vigilia di Natale!”
Il richiamo della mamma  e i lamenti di Enea riportano a malavoglia Irma alla realtà.   
Batte i piedi per  togliere la neve, mette a posto le cose e lascia che il giardino si riprenda il suo biancore grazie alla neve che ora cade copiosa.
La luce densa e calda della finestra indora i fiocchi più vicini a casa.
È bello rientrare in casa,Irma pensa, è bello stare con i genitori.
Pensa alla sua famiglia, a tutte le famiglie, pensa a chi un famiglia vera non ce l’ha, a chi è solo anche a Natale, magari lontano da casa. Magari senza neppure una casa.
Pensa alle sue amiche, a tutte le avventure che affronta con loro.
Pensa  all’avventura del Natale, sempre uguale anno dopo anno eppure sempre diversa. Pensa a come l’affronterà domani.
È la Vigilia.
Irma ne è certa. Sta per accadere qualcosa.


Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.