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martedì 24 aprile 2018

Quando la parola diventa pubblica, costruisce una comunità


E' noto che l'uso della parola è prerogativa quasi solo della razza umana. Poche limitate eccezioni dimostrano che anche alcune specie a noi affini, scimpanze, bonobo, gorilla, sono in grado di utilizzare il nostro vocabolario per comunicare, col linguaggio dei segni , essendo impediti dalla loro anatomia  a pronunciare suoni articolati come quelli di un linguaggio.
Parlare in pubblico implica la presenza di ascoltatori che entrano nella dimensione dell'ascolto
Sin dalla prima comunità, quella familiare, le conversazioni, lo scambio di informazioni attraverso la parola è il primario strumento di relazione non istintiva.  Parlare, anche a un bambino che non è in grado ancora di sostenere un dialogo, stringe legami, stabilisce relazioni.   Nei bambini più timidi, l'orizzonte familiare è anche il confine oltre il quale il dialogo non esiste, non si concepisce.
Poi il concetto di comunità si estende: scuola, amici, parrocchia, squadra, gruppo, associazione, colleghi, l'orizzonte delle interazioni si fa ampio, e anche la complessità della comunicazione si fa più alta.
Si fa esperienza anche di comunicazione uno a molti: l'insegnante spiega a tutta la classe, il sacerdote commenta dall'altare, l'esperto tiene una conferenza, il coach ammonisce la squadra, il politico illustra il suo programma.
Spesso non è evidente, ma nel seguire chi sta parlando, si accetta in una qualche misura di condividere quel flusso informativo con altri, e in definitiva di appartenere a una stessa comunità di interesse.
Un episodio vissuto in prima persona può essere un esempio efficace.
A Barcellona, poche ore dopo l'attentato


Nei giorni dell'attentato a Barcellona, la scorsa estate, la mia famiglia, con un gruppo di amici, era lì, e ci trovammo, pur senza essere coinvolti direttamente, nel caos dei momenti immediatamente successivi. La sera, in camera, seguimmo i notiziari, e nonostante tre su quattro di noi non conoscessero lo spagnolo, non solo eravamo avidi di immagini e informazioni, ma ascoltavamo il tono delle testimonianze, empatizzavamo con i cittadini catalani e in qualche modo ci sentivamo parte di quella comunità ferita.

Quando la parola diventa pubblica, realizza una comunità.



Altrove ho raccontato di come la parola riempia gli spazi, si insinui nella vita portando il suo contenuto di significato a sostenere la nostra ricerca.
La parola crea anche empatia, così come ha fatto ancora la talentuosa  Arianna Scommegna a teatro con "Potevo essere io",(1) agrodolce monologo sulla vita di periferia, che può plasmare il destino di una persona in molti modi diversi. Il riferimento a esperienze comuni, anche quelle tragiche, pur con qualche generazione di differenza, il repentino cambio di registri,  la  capacità di Arianna di "tenere il palco", anche senza microfono che la ha abbandonata nei primi minuti di recitazione, tutto questo ha reso permeabile la nostra membrana affettiva.
Tutti noi ci facciamo portatori dell'esperienza della protagonista, e tutti noi pensiamo che "potevamo essere noi". Siamo stati spettatori di una esperienza culturale, ma che ha scavato nelle nostre vite (che è poi quello che la cultura deve fare, in fondo).
Anche durante la lettura recitata del testo di don Tonino Bello, fatto da alcuni amici,(2) si percepiva quel senso di appartenenza a una comunità, che nello specifico si stringe nel ricordo di un  uomo non comune, un sacerdote che fa scordare le gerarchie e le sovrastrutture per entrare nel cuore del senso di Dio.
Dunque già il riunirsi in un luogo per ascoltare insieme, essere pubblico per qualcuno, e percepire la parola che tutti raggiunge come elemento agglutinante, significa accettare di essere singolo in un insieme, parte di un gruppo, elemento fondante di un organismo dove il tutto è maggiore della somma delle singole parti.



(1) 13 aprile 2018, Teatro Agorà, Cernusco s/N
(2) 20 aprile 2018, Parrocchia del Divin Pianto, Cernusco s/N

sabato 6 maggio 2017

La parola trova spazio

"Quando il cielo baciò la terra nacque Maria"

La parola trova spazio. lo ha trovato nello spazio del Santuario di Santa Maria in Cernusco, ove per un breve intervallo la Parola (di Dio) ha ceduto lo spazio, il suono, l'attenzione alle parole della poetessa.
Arianna Scommegna, con il background sonoro della fisarmonica di Giulia Bertasi, ha tessuto un manto con le parole del Magnificat di Alda Merini, un manto che rivela e racchiude la vita e la personalità di Maria, madre di Dio. Personalità non supina alla volontà di Dio, ma ansiosa di capire il mistero dell'incarnazione, il senso del dono di una vita destinata a diventare dolore. Con le parole sussurrate, enfatizzate, sbiascicate, intrecciate, urlate, Arianna ci ha donato un'ora di intensa emozione che togliendo di mezzo l'ipocrita coreografia di una adolescente succube degli eventi , ha mostrato una donna vera,  che non si piega alla volontà di Dio senza conoscere, parola per parola, il suo progetto.
credit: Libreria del Naviglio

La parola trova spazio nella vita dell'uomo, lo separa dalla altre creature. Dio comunica con l'uomo e con il creato attraverso il Verbo (il primo verbo riferito a  Dio è disse, non pensò o creò, ma dire, ovvero emettere una parola).

Il segno grafico della parola scritta occupa uno spazio nella pagina.  Il valore delle parole rispecchia una diversa collocazione spaziale.  La parola è anche immagine,
Lo avevano capito i futuristi, che destrutturano la separazione tra immagine e letteratura.  Lo sanno i poeti, che torturano la lingua sino ad estorcere la giusta parola, nel giusto posto, al giusto momento. E' evidente nella progettazione della comunicazione , ove a volte una parola assume essa stessa la connotazione di simbolo ( si pensi a STOP, EXIT ), o è necessario che la parola occupi una posizione ben definita e con una resa grafica appropriata, come nelle pagine web.


Anche se non è connaturata in noi, essendo il linguaggio un elemento culturale e non naturale (mentre è naturale la nostra capacità di emettere e comprendere suoni, così come riconoscere immagini), la comprensione della parola scritta ci segna così fortemente che ne comprendiamo il significato anche nell'inconscio, come hanno dimostrato alcuni esperimenti.
La parola registra la storia, le scienze, e ca va sans dire, la letteratura. 

La parola veicola le emozioni, riempie lo spazio della nostra mente. 
E del cuore.





giovedì 10 aprile 2014

Il potere generativo della parola

E Dio disse: "LUCE!"
E la Luce fu.

Senza andare a scomodare la Genesi ( 1, 3), documenti molto più prosaici confermano quello che da un po' di tempo mi frulla per la testa.
La parola ha potere.
Ha il potere di evocare immagini , di comandare azioni, di stabilire relazioni, di palesare pensieri.
Di parole è composto il linguaggio.
E Vikram Chandra, scrittore indiano che ha sperimentato la professione di programmatore, accosta questa ultima attività alla narrazione.
E dunque se il linguaggio è base comune,  nella programmazione è soltanto denotativo, logico, mentre nella narrazione  deve inserire ambiguità,  perchè "la poesia parla attraverso ciò che non dice" ( Corriere della Sera - La Lettura, 16 marzo 2014)
E' vero dunque che attraverso la programmazione, il linguaggio crea, e non solo evanescenti software. Attraverso le complicate tecnologie costruttive odierne, la realizzazione di circuiti integrati,  di componenti industriali e più recentemente di oggetti anche di uso comune attraverso le macchine 3D passa attraverso la descrizione mediante linguaggi più o meno difficili ma che non si discostano poi molto da sequenze di  comandi in lingua corrente

while (($pport , $type) = each (%$tempItemPort))
            {
                  if (length( $pport ) > 0)
                  {
                        if( $type =~  /slave/ )
                        {
                              print  SDincl ( "\t\tSC_METHOD($pport) ;\n " );
                              print SDincl ("\t\tsensitive << $pport;\n\n");
                        }    
                  }
                 
            } #endfor
                 
                  print SDincl ("\t\t}\n\t};\n");
           

            close (SDincl );

(riconoscerete qui molte parole inglesi di uso corrente - if, while, each, print, close - alle quali corrispondono numerosi cambi di stato nel sistema software o l'applicazione di particolari strutture in caso di realizzazione fisica ) 


Senza addentrarmi troppo in questa scivolosissima china, anche in termini psicoanalitici, l'uso delle parole è paradigma dell'esistenza umana. Se nel post precedente mi riferivo alla comunicazione umana, che per Watzlawick si pone come primaria manifestazione di identità , leggo poi da Massimo Recalcati che la sola legge importante in prospettiva psicanalitica è la Legge della Parola: 
- l'essere umano è essere di linguaggio, che si può manifestare solo con la Parola;
- la vita umana si differenzia da quella animale attraverso la sua esposizione al linguaggio;
- la vita biologica è mortificata dalla Parola;
- la legge della Parola introduce un limite all'essere solo animale, da qui un senso di perdita ( dell'arcadico status pre-umano - neonatale ad esempio )
- ma la separazione dall'essere biologico non è un deficit, piuttosto una apertura nuova della vita ; solo l'incontro con l'esistenza del limite e della mancanza genera il desiderio, come potenza generativa.

La chiave del lavoro di Recalcati è poi la trasmissione di questo desiderio alle generazioni, ma vorrei qui sottolineare  il corto circuito della Legge della Parola, che usa come chiave interpretativa delle relazioni genitoriali, con le prime parole della  Genesi riportate qui sopra.

Per mettersi in relazione con l'Universo, Dio usa la parola.  
Perchè l'uomo entri in relazione con il Creato, deve dare un nome alle creature.

Tre modi - quello dei codici di programmazione, della narrazione e dell'analisi psicoanalitica - per mettere la parola al centro dell'uomo.


martedì 1 aprile 2014

Assiomi della comunicazione e scrittura

In "Pragmatica della comunicazione umana"  , del 1967, Paul Watzlawick  propone alcuni punti fermi della interpretazione della comunicazione, egli li definisce assiomi, in funzione delle tesi sulle patologie del comportamento che va poi a elaborare. Tali assiomi, successivamente accettati dalla comunità scientifica, sono i seguenti:


  1. L'impossibilità di non-comunicare
  2. Livelli comunicativi di contenuto e di relazione
  3. La punteggiatura della sequenza di eventi
  4. Comunicazione numerica e analogica
  5. Interazione complementare e simmetrica

Vorrei ora analizzare questi assiomi nell'ottica del confronto tra i fondamenti della comunicazione e la scrittura, in particolare quella narrativa,  come già ho fatto parzialmente per la Teoria della comunicazione di Shannon. Va sottolineato che  Watzlawick fece riferimento a tali assiomi per analizzare i disturbi comportamentali e relazionali, in una prospettiva psicologica che è poi il fulcro della sua opera. Noi ci limiteremo ad analizzare la narrazione secondo quest'ottica. Non è detto sia utile, certo potrebbe essere un buon esercizio.



  • L'impossibilità di non-comunicare
E' impossibile non comunicare
Parrebbe proprio che il primo assioma non trovi applicazione nella interazione scrittore-lettore, dove l'intenzione di non comunicare decisamente non è prevista. Già nel momento del concepimento di una storia c'è l'intenzione di comunicare. E da parte sua un lettore che non fosse disposto a instaurare una interazione con un determinato scrittore, nemmeno prenderebbe in mano il libro. Tuttavia ci sono,specie nella scrittura narrativa, tutti i non detti. Omettendo alcune parti della narrazione, si può arrivare a comunicare informazioni ( un'assenza, ad esempio) che dette in altro modo non sarebbero così efficaci. L'omissione di comunicazione diventa informazione.

  •       Livelli comunicativi di contenuto e di relazione

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di comunicazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione. 
La forza della narrazione ( il successo di molti romanzi) sta nel legare il lettore in una relazione che veicola, ad esempio  raccontando una storia, buone "vibrazioni" , suggerisce immagini  e concetti, crea un feeling tra scrittore e lettore che rende la comunicazione piacevole ( altrimenti chiuderesti il libro).

  • La punteggiatura della sequenza di eventi
La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle  sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
Questo assioma evidenzia che nella incorretta intrepretazione della sequenza di eventi comunicativi  si annida  un rischio di  conflitto.    Problema che difficilmente si pone nella lettura, che è comunicazione asincrona e per un certo senso, monodirezionale.


  • Comunicazione numerica e analogica

Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica  ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni. 
Come è possibile trasmettere la comunicazione non verbale attraverso uno strumento che fa della parola scritta l'essenza stessa della sua esistenza.
In realtà 
l'esperienza di scrittura 
non è 
solamente 
parola.
C'è una forte influenza della composizione grafica del testo, del suo posarsi sulle pagine. 

Isolare una  

parola 


riesce a darle un peso e dunque un significato che immersa nel flusso della narrazione non riuscirebbe ad avere.
C'è poi la parte descrittiva della narrazione, che proprio nello stimolare l'immaginazione del lettore, anche con pochissimi particolari,  permette di  ricreare immagini dal forte significato analogico.  Nel processo narrativo l'equilibrio tra la parte numerica /logica, e quella analogica/evocativa è fondamentale,  pena la riduzione dell'opera ad una monotona descrizione di eventi se a prevalere è il modulo numerico o ad una suggestione di immagini senza trama se è invece il modulo analogico che prevale.


  • Interazione complementare  e simmetrica
Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull'uguaglianza o sulla differenza.
Decisamente l'interazione  scrittore - lettore è quasi del tutto a senso unico. Lo scrittore definisce tempi e modalità con i quali svelare la storia.  Ma non è una interazione di sudditanza, percè il lettore può rompere l'interazione semplicemente chiudendo il libro.
O smettendo di leggere questo post esattamente in questo punto.





martedì 11 marzo 2014

Parole per emozionare, scrittura per sapere

Che la scrittura fosse il chiaro spartiacque tra il limbo della preistoria e la narrazione documentata dell'evoluzione della cultura  e` noto sin dalle elementari. Concretizzare il pensiero in simboli impressi su legno, argilla, pergamena o carta  ha contribuito allo sviluppo di una nuova forma di coscienza di se`. Non piu` solo come individuo, o come membro solidale di una tribu` di pochi , ma parte di una comunita` piu` vasta, di una  nazione  ( sino a farsi faticosamente strada la consapevolezza di appartenere ad un mondo che deve essere custodito). Che trova nella scrittura il  canale per  stringere legami, stabilire relazioni, coordinare  azioni, pianificare sviluppi.
L'identita` di un popolo si costruisce dunque sulle consuetudini, sulle relazioni "fisiche" ma anche sulla conservazione e trasmissione della conoscenza specifica attraverso la scrittura.


Che scrivere e leggere fossero operazioni innaturali, non avevo mai pensato.
Me lo ha ricordato non la lettura di un trattato di psicologia o di linguistica, ma una pratica guida alle regole di User Interface, certo piu` confacente al mio livello culturale  :-)
"Designing with the Mind in Mind" di Jeff Johnson, del 2010.
Per milioni di anni nella mente umana si sono sviluppate ed evolute delle strutture  specifiche per il linguaggio,  a cui contestualmente si e`aggiunta una accresciuta capacita` di fonazione. L'abilita` di parlare e` innata nella specie umana.
La scrittura  e` frutto invece di una evoluzione culturale che non trova riscontro in nessuna struttura neurale. Il processo ha portato all'uso di simboli tracciati su una superficie cui attribuire significato, e successivamenta allo sviluppo di convenzioni affinche il significato dei simboli fosse universalmente accettato ( nel contesto di una societa`, quantomeno, da qui lo sviluppo di molte forme di scrittura, simbolica o fonetica).

Dalla considerazione dell'innaturalita` della scrittura deriva un pensiero che mi sembra interessante.

La parola, per  sua genesi, è strettamente correlata con tutta la sfere della personalità, in particolare con quella emozionale. Infatti una conversazione o un monologo è tanto più efficace quanto più incide sulle emozioni, anche attraverso le metainformazioni associate al discorso ( informazioni visuali, quali espressioni facciali o postura , o sonore quali inflessioni, enfasi , volume della voce ). La voce colpisce la mente com una fucilata, inganna, seduce, ordina, implora. Chi sa usare la parola domina ( tristi gli esempi del passato).

Perchè invece la parola scritta entri nella coscienza è necessario uno sforzo in più, decifrare i simboli , a partire dalle linee e dalle forme, che diventano segni alfabetici, quindi pattern riconoscibili, parole e infine frasi con senso compiuto. In questa analisi poco spazio è lasciato all'emozione.

 Non è un caso infatti che, di fronte ad una qualsiasi problema  di un certo peso ci venga sottoposto, si cerchi di  trasporre in forma scritta, magari corredato da grafici, per poter meglio analizzare tutti i suoi aspetti.
Si dice infatti che si ragiona meglio a mente fredda, ovvero depurati dal contenuto emotivo che inevitabilmente lega una conversazione.
Peraltro è comune nella narrazione che  le conversazioni cerchino di replicare , anche graficamente ,  la fluidità e la frammentazione che avviene nella realtà, suggerendone in questo modo anche il contenuto emozionale.
Superare il muro cognitivo dell'analsi del testo e far affiorare le emozioni dalla parola scritta è abilità non comune, lavoro difficile anche per scrittori navigati.




giovedì 19 gennaio 2012

Le parole della Parola: Verbo

Prologo

I testi religiosi sono stati, lungo tutto l’arco della storia dell’uomo,  punto di riferimento per migliaia di persone che spesso avevano come sola opportunità di conoscenza proprio  il testo sacro.
Ma le parole sono nate prima. Dalla religione hanno ricevuto una investitura, un sigillo  carico di significati che sovente trascendono quello originario.
E ogni parola, in forza del suo significato, del suono che la evoca, del contesto in cui nasce, che cosa ispira? Quali sentimenti, che collegamenti logici e istintuali?
Spinto dalla curiosità, ho voluto esplorare in modo laico (ma non del tutto, perché nell’approccio ad un Libro Sacro non si può prescindere dalla religione) alcune delle parole ospitate nella Bibbia. ( Non ho tenuto in considerazione i testi sacri delle altre religioni per pura ignoranza, ma potrebbe essere opportuno sottolineare che anche il Corano è considerato Parola di Dio)
Non e` che avverta l’ esigenza di un ulteriore contributo esegetico  ( con che ruolo, poi, visto il carattere dilettantesco di questi miei scritti) , piuttosto vorrei comprendere quanto questi termini si siano poi radicati nella cultura e negli usi del nostro mondo occidentale.
Ho selezionato dunque alcune delle parole più evocative, e ho cercato di lavorarci su.

Verbo


Ci sono due pagine che in particolare vedono la Parola evidenziata nel suo significato primario per la Bibbia: la Creazione  e l’incipit del vangelo di Giovanni

Tutto inizio` da li`.
In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio. (1)

Dio crea il mondo pronunciando parole.

Poi Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu.(2)

Dall’alba degli uomini la parola, trasmissione di pensieri codificati in suoni prima, in simboli grafici poi, e` stata il segno distintivo che ci distingue.
Non solo la semplice codifica di messaggi base quali “cibo”, “pericolo”, “copula”, come avviene in tutti gli animali ( dove alla carenza o mancanza di suoni suppliscono spesso  con messaggi visivi o olfattivi ).
No, qualcosa di ben piu` articolato, che supporti anche pensieri piu` astratti, sogni, aspettative per un futuro in grado di essere immaginato.
Dio usa i segni, ma più spesso la Parola per indicare il suo volere agli uomini.
Ma a ben guardare, Verbo e Parola, per la lingua italiana sono dissimili. Pur riportando ad uno stesso concetto fondamentale, l’espressione del pensiero attraverso un simbolismo riconosciuto da una comunità umana , i  due termini riportano a diverse interpretazioni.
Ove la parola è ispiratrice di un concetto, il verbo si riferisce ad una azione.
Quindi la Parola di Dio indica la strada, ma è il Verbo che questa strada prepara per l‘umanità, a cominciare  dalla Creazione.
A loro volta gli uomini hanno lasciato opere che sfidano i millenni, ma solo attraverso le loro parole tramandate comprendiamo la storia e il pensiero dei nostri padri.
Dal dominio della parola al dominio della Terra in un lampo di centocinquantamila anni, attraverso quasi settemila lingue diverse.
Così la parola si fa  elemento base della comunicazione, si incista nello sviluppo umano, plasma le menti tanto da renderla parte della fisiologia, con lo sviluppo  di gola, faringe e laringe, ma soprattutto con l’allocazione di una area specifica del cervello per la sua elaborazione.
La parola diventa elemento imprescindibile dell’evoluzione umana, essenza stessa della cultura.
La parola, che comunica anche con la sua assenza.
Avviene così che chi si sottrae ad una interazione si sottrae anche all’uso della parola: “Con te non ci voglio parlare” è sottrarre al rapporto con l’altro uno dei canali più ricchi ( ma non annulla il rapporto, che rimane, anche se negativo).
E se con la parola non siamo in grado di spiegare tutto, non è per carenza di vocaboli o incapacità di articolazione:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.(3)

Ma così come la Parola di Dio genera il mondo, e si incarna nel Cristo, secondo i versetto sopra citati, anche l’uso della parola da parte dell’uomo ha una funzione generatrice. La parola, il verbo, che etimologicamente rimanda alla radice var,  con significati anche di insegnamento e annuncio,  ( da cui deriva anche Word -parola - in inglese ) nel consesso umano sono generatori di idee, storie.
Nel narrare diventiamo dunque anche noi sub-creatori, costruiamo mondi secondari ove far accadere le vicende nate dalla nostra fantasia. L’atto della sub-creazione, che si esprime primariamente  con la parola ( le  immagini, fisse o in movimento, solo  in tempi relativamente recenti si sono aggiunti allo scaffale del sub-creatore), è un moto d’orgoglio, un tentativo di mangiare la mela originaria e ripiantarne i semi un po ovunque.
L’autore, con la sub-creazione “costruisce un Mondo Secondario in cui la nostra mente puo` introdursi. In esso, cio` che egli riferisce e` vero: in quanto in accordo con le leggi di quel mondo. Quindi ci crediamo, finche`, per cosi` dire, restiamo al suo interno”(4).
“La Parola prevale su tutto, perche` creatrice e vivificatrice di immaginazione”.(5)


Riferimenti:
1) Giovanni 1, 1
2) Genesi 1, 3
3) E. Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia, 1925
4) J.R.R.Tolkien, Sulle Fiabe, 1939
5) G. De Turris, introduzione a “Il medioevo e il fantastico:, J.R.R. Tolkien, 2003



Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.