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venerdì 21 ottobre 2011

Motivational Design

Quello che sfugge a molti, nel contesto delle attivita` lavorative, e` che l'utilizzo delle reti sociali in azienda  non segue una legge lineare.  Cosa che e` vera a maggior ragione nei Social Network pubblici, ( Facebook  e Twitter, per esempio )   ma in questo caso la selezione naturale fa dimenticare gli insuccessi e le difficolta`, cosi` come anche la base numerica diluisce in parte l'impatto che queste reti hanno  finore sull'intera comunita` mondiale.
In realta` le dinamiche aziendali di cui tener conto sono complesse, il comportamento, come dicevo, non e` lineare.
Le basi teoriche per comprendere  questi meccanismi si trovano:

  • nella teoria della complessità;
  • nelle scienze umane ( specialmente sociologia e psicologia );
  • nella teoria delle reti;


Queste basi vengono usate da G.Giacoma e D.Casali per sviluppare una metodologia per i social network, nel documento dal titolo evocativo: Motivational Design ( in Creative Commons, scaricabile qui ).
Documento che mi sta aprendo gli occhi su  uno dei problemi piu` grossi quando si parla di diffondere le reti sociali in azienda: la partecipazione.
Ad ogni approccio alla Rete, ogni singola persona è spinta da motivazioni che possono  essere di diverso tipo, ma che possono essere ricondotte a quattro classi, quelle più importanti e ricche di conseguenze:

  • competizione,
  • eccellenza,
  • curiosità,
  • appartenenza.

Comprendere appieno come queste leve muovano le interazioni sociali della Rete permette di capire un po' di più la Rete stessa,  mentre nel contesto aziendale, se si vuole che l'investimento tecnologico abbia un ritorno , le motivazioni relazionali devono essere correttamente identificate e agevolate.
Concetti, questi, che meriterebbero maggiore diffusione, affinchè dalla Rete si possa trarre il miglior beneficio con il minimo investimento.
Un grazie doveroso a  Giacomo Mason per le indicazioni e i suggerimenti su come migliorare il nostro tumultuoso rapporto con il Web.

lunedì 28 febbraio 2011

Nelle maglie della rete

I nuovi strumenti multimediali, i devices sempre più potenti, le interfacce che migliorano quasi quotidianamente la facilità d'uso hanno reso il Web il vero protagonista del costume e della società.
C'e` un senso di onnipotenza ( o quantomeno di grande liberta` ) nel gesto di scrivere in poche righe quello che ci e` appena accaduto, o nel postare la foto appena presa col cellulare taggando gli amici per tramandare ai posteri l'ultimo chupito preso in compagnia.
E tutto questo gratis. Forse proprio gratis no. Il cellulare non e` a costo zero, anche con le offerte di abbonamento piu' convenienti. Un po' di banda la devi comprare e stare sempre connessi non e` come chiacchierare in salotto. Ma soprattutto a fronte di un servizio di comunicazione e scambio di informazioni, noi cediamo i nostri dati personali. Che non sono solo l'eta` anagrafica, il sesso e i relativi gusti, il tipo di attivita`, ma anche gli orientamenti politici, religiosi, le preferenze, tutto quanto puo` essere utile a identificare la persona come possibile target per una operazione di marketing. Perche` questo e`  il  modo - non l'unico, ma per ora il solo ad  essere preso in considerazione, per rendere profittevole una  iniziativa imprenditoriale come un social network o un sito di ricerca e servizi.
Non che chi ha inventato le nuove tecnologie del Web 2.0 abbia pensato subito a fare soldi:  le vicende di  Page & Brin, Zuckerberg, Dorsey descrivono giovani  con una visione alta, con una mission volta a rendere la Rete piu` accessibile e friendly. Don't be evil   e` il motto di Google, e sino a che il controllo restera` nelle mani dei loro fondatori, forse possiamo star sufficientemente tranquilli.
Ma le aziende, specie se quotate in borsa, qualcosa devono fruttare. E che dire in quando, in situazioni di turbolenza politica, i governi pretendono il controllo del traffico dati ? Se tutti i contenuti sono affidati alla Rete, rintracciarli non e` difficile per chi ne controlla le applicazioni, e la censura trova facile gioco.

In un articolo de Le Scienze di Febbraio, colui che e` conosciuto come l'inventore del Web , nel 1990  ( dico sempre che mio figlio, nato nel '93, e` della generazione di Internet, in realta` dovrei dire del Web, essendo Internet , la Rete di computer sulla quale e` possibile gestire i contenuti che formano il World Wide Web, molto piu` antica -  concepita nel 1962 da Licklider, si diffuse tra i '70 e gli '80 ), Tim Berners-Lee, vede tra i pericoli per il Web proprio questo: l'affidarsi "anima e corpo" ad un sistema chiuso, proprietario, poco o per nulla disposto a condividere la conoscenza di cui dispone con altri sistemi.
Secondo la visione di Berners-Lee, il Web si basa su tre principi fondamentali:
  • l'universalita`, ovvero l'indipendenza dal tipo di hardware, software, connessione o linguaggio usato
  • gli standard aperti, e gratuiti, che permettano di creare applicazioni senza oneri o permessi
  • la separazione tra Web e Internet, ovvero tra le applicazioni e la piattaforma che li supporta.
Il venir meno a uno di questi principi rischia di vanificare quella reputazione di rete libera, indipendente, democratica che il Web, grazie a uomini come Berners-Lee, si e` conquistato.

Queste considerazioni nulla tolgono al valore dei servizi offerti da FB o da Twitter. Purche` l'uso che se ne fa sia consapevole e moderato, e si sia sempre pronti a cogliere i segnali di cambiamento e ci si adoperi per ristabilire il primato delle persone sulle tecnologie e sul mercato.

sabato 2 ottobre 2010

Ottimismi del Web


Gran parte della letteratura che analizza i fenomeni della rete e` pervasa da una ondata di ottimismo, che vede nel World Wide Web la chiave di volta di una rivoluzione culturale e sociale, aprendo possibilita` veramente democratiche di sviluppo economico, sociale e culturale.

Economico perche` grazie alla pervasitiva` delle informazioni, una buona fetta del lavoro cambiera` paradigma, con la fine di una struttura gerarchica di controllo e l’avvento di piattaforme collaborative ( come gia` sta avvenendo per il software con l’open source - per i profani, Linux e` un esempio di sistema operativo Open Source, dove tutti possono contribuire alla sua creazione, un altro esempio e` Wikipedia, i cui contenuti sono contributo di migliaia di persone, tra le quali vige anche un severo autocontrollo ).
Sociale, perche` gia` ora il contributo in rete di uno studente dello Sri Lanka e` paragonabile a quello di un tycoon di Wall Street. In moli ambiti del Web, la democrazia e` declinata ai suoi piu` alti livelli ( non ancora nella vita reale delle persone che al Web accedono )
Culturale, perche` a predominare tra i contributor della rete vi sono concetti come la Terza cultura, promozione di un ponte tra l’umanesimo e le scienze e tra gli studiosi e i normali fruitori di contenuti.
Ma certo io non sono il piu` indicato ad illustrare quanto la Rete sta entrando nelle nostre vite. Molto meglio di me possono Don Tapscott e A.D. Williams con Wikinomics, Luca De Biase con l’Economia della Felicita`, o Mark Buchanan con Nexus, o ancora John Brockman con La terza cultura, oltre a molti altri.
Ma sono davvero giustificate tutte queste rosee previsioni? Quello che si assiste pare essere un uso del web molto superficiale, o con intenti criminali. Questo almeno è quanto riportanto i media tradizionali, che della rete probabilmente non hanno ancora colto il potenziale esplosivo ( con poche eccezioni ).
Certo, navigando l’impressione che si ricava non è del tutto positiva: di Facebook ho già detto qui, ma anche in altri ambiti la solfa è, se non la stessa, molto simile.
Abbiamo un esagerato numero di blogger autoreferenziali, che trovano gusto nel parlare di quello che hanno mangiato o di qual’è la temperatura corporea del gatto, ma anche in autorevolissimi siti di social network professionale, quali linkedin, si osservano fenomeni curiosi: personaggi che raccolgono indiscriminatamente contatti ( di solito sono head hunter, ma non sempre ) altri che propongono discussioni di temi generali per cercare poi di subdolamente piazzare i propri prodotti, colleghi di cui non sapevi nulla che improvvisamente diventano prolissi e chiedono una tua segnalazione per aumentare il proprio punteggio in vista di un cambio di lavoro. Per non parlare poi di quei fenomeni metamediatici, per cui i video più scemi sono anche i più visti. Quasi che la morbosità trovi nella Rete un canale preferenziale.
Ed è questo che mi scoraggia di più: dai virus ci si può, di solito e usando l’intelligenza, difendere, gli hacker, da non confondere con i cracker, che non sono i prodotti da forno, ma i veri criminali informatici, sono degni di ammirazione, ma la facilità con cui si mette da parte il cervello quando si naviga in rete è veramente difficile da contrastare.
Pure, devo molto a Internet.
Lo uso tutti i giorni per lavoro, e l’accessibilità delle informazioni è una delle grandi conquiste per chi come me si muove in campi non consolidati o poco conosciuti.
Ma soprattutto, in un momento della mia vita in cui c’è poco spazio per coltivare relazioni nel modo usuale, ovvero incontrandosi vis a vis, condividendo esperienze ma anche tempi morti, la possibilità di comunicare attraverso gli strumenti di Internet mi ha permesso di mantenere, anzi accrescere le relazioni e di continuare a dare il mio contributo quanto meno alla comunità di riferimento, ovvero quella cittadina, se non all’intera Rete.
Per questo, sì, sono ottimista. Credo che Internet e le relazioni mediate da computer possano essere uno strumento di promozione umana, che accresca la vicinanza tra gli uomini e la collaborazione per un mondo più equo.

giovedì 17 dicembre 2009

La complessita` dell'innovazione

In un interessante gruppo di Linkedin, Front End of Innovation ( credo lo possiate leggere solo se iscritti ), mi sono trovato coinvolto nella discussione su come potessero entrare in relazione la complessità ( misurata) di un prodotto o processo e la sua valenza innovativa.

L’articolarsi della discussione mi ha portato a riflettere sul significato stesso di complessità rispetto non solo alla sua oggettiva presenza (ed eventualmente alla misurabilità ), ma anche alla sua percezione ( ad esempio per un sistema di grandezze un fenomeno è da considerarsi lineare, ma scalando le grandezze in gioco ecco che la complessità si manifesta) e alle sue applicazioni .

Ecco dunque esemplificati i tre differenti aspetti della complessita`:

1) la complessita` intrinseca di un dispositivo o del processo, ovvero il numero e le caratteristiche dei suoi componenti ( una bicicletta e` meno complessa di un computer, sia per numero di componenti che per il suo comportamento, che e` -quasi- sempre deterministico)

2) la complessità percepita, ovvero la capacita` di una user-interface ben progettata di “nascondere” la complessità intrinseca, permettendo all’utente un utilizzo del dispositivo senza sforzi o studi particolari

3) La complessità del background, tecnico-scientifico e culturale, dal quale l’innovazione proviene. Questo si definisce come l’insieme di esperienze e competenze acquisite dal singolo o dal gruppo di progettazione di un dispositivo o di un processo. Non implica che tutti i risultati del lavoro del gruppo o del singolo siano necessariamente innovativi. Quella che è veramente necessaria non è nemmeno , strettamente, la competenza tecnica sul determinato campo di applicazione considerato, quanto la capacita` di leggere attraverso di esso le leggi di più alto livello che ne governano la fenomenologia.

Come poi questa divisione, così come richiesto nella discussione, sia funzionale ad analizzare l’innovazione del prodotto o processo sulla quale è applicata, questa è una cosa che ancora devo scoprire.

mercoledì 8 ottobre 2008

Due gradi di separazione da Barack Obama


Sembra che in Linkedin, il social network orientato più allo scambio di profili professionali che alla creazione di network amicali come myspace o facebook, io, così come moltissimi altri, sia a soli due gradi di separazione dal candidato alla presidenza USA Barack Obama ( e a tre da John McCain).

Dei politici più importanti italiani che mi sono venuti in mente, l'unico che ha una presenza in linkedin ( con zero collegamenti, tuttavia ) è del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.

Questo mi porta a fare un paio di considerazioni.

La prima, ovvia, è che , in realtà avere una rete che mi connette a persone così lontane, con le quali condivido solo l'accesso alla rete (e tuttalpiù un link ad una persona che "colleziona connessioni") non mi serve gran che.

Questo sistema è molto più utile a rafforzare i legami del cluster di collegamenti nel quale sono già inserito ( lavoro, amicizie, scuola, etc. ), al massimo con qualche "sconfinamento", permesso ed efficace solo se scatta qualche interesse comune.

La seconda, conseguenza della prima, è che solo con una robusta rete reale si ha la massa critica necessaria a costruire una social network efficace anche nel mondo virtuale di Internet.

E non è vero il contrario.

Questa, naturalmente, è solo la mia opinione.


P.S.: A tale proposito può essere interessante leggere: LINK, la nuova scienza delle reti, di A. Barabasi.

P.P.S. : su questo tema ho già scritto qui

P.P.P.S. : se potessi votare alle elezioni USA, voterei Obama, credo che l'abbiate già capito...
Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.