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martedì 8 dicembre 2020

Leggere Guardare, Pensare, Progettare

 


Da tempo avevo sentito parlare di questo volume, Guardare, Pensare, Progettare di Riccardo Falcinelli (ed. Stampa Alternativa&Graffiti) come di uno strumento indispensabile per i designer industriali.  Pensavo che forse avrebbe potuto dire qualcosa al progettista in genere, non solo a chi si occupasse di estetica, ergonomia, usabilità, ma anche a chi avesse a che fare con progettazione circuitale, meccanica, e in tutte le scienze applicate.

Avuta la possibilità di leggerlo, mi sono reso conto che gran parte dell'attenzione è dedicata a come la nostra mente interpreta ciò che vede, come il cervello attiva i suoi neuroni per interpretare la realtà e le sue rappresentazioni umane.  Questo, che potrebbe apparire come un esercizio di erudizione, è invece requisito necessario a comprendere quelle regole pratiche che guidano ad esempio l'attività del visual designer (che si trovano  racchiuse in libri  molto pratici quali "Don't make me think" di Steve Krug, per esempio).

Sul finire della lettura, mi sono chiesto cosa avrei potuto  ricordare che fosse utile a fortificare l'esperienza di progettazione. Credo almeno alcuni temi.

1) La relazione con il mondo. Falcinelli dice: "Credo che il mondo non sia fatto per essere guardato ma per essere usato, cioè per entrarci in relazione, per chiederci cosa ci possiamo fare."  Ho incontrato spesso e da parti diverse il tema della relazione. E' una condizione per l'esistenza sotto diversi aspetti, da quello fisico ( qui torno a quello che dice Carlo Rovelli, ma è la teoria dei loop nell'ambito della meccanica quantistica che ce lo dice, che "questi quanti di spazio, particelle elementari, fotoni, quanti di gravità non vivono immersi nello spazio, formano essi stessi lo spazio. [...] interagiscon incessantemente gli uni con gli altri, anzi esistono solo in quanto termini di incessanti interazioni"-C.Rovelli, L'ordine del tempo), a quello sociale.

Chi è chiamato a progettare  finanche un pezzo meccanico, pur dovendo confrontarsi con le tecniche, le leggi scientifiche che  regolano i fenomeni che intende controllare,  non può prescindere dal fatto che ogni risultato del suo lavoro è in funzione di un progresso, un miglioramento della condizione umana (vi dice niente il termine innovazione?)

2) C'è differenza tra percezione della realtà e Realtà. il nostro sistema sensoriale combinato con il cervello svolgono ogni decimo di secondo interpretazioni accurate del mondo in cui siamo immersi.  A volte però cadono in errore. 

I due segmenti orizzontali hanno la stessa lunghezza,
ma percepiamo quello in alto più lungo.

3) "Guardare consapevolmente è già pensare; e pensare consapevolmente è già progettare. Guardare, pensare, progettare sono così aspetti senza soluzione di continuità tra loro." 

4) Il designer è un artigiano consapevole, che continuamente si fa domande sul suo operato. Questo è il punto che più di ogni altro possa davvero rappresentare l'essenza del processo mentale che è racchiuso nella parola 'progettare'.  Un atto che coinvolge sensi e cervello, cultura e immaginazione e che sempre percorre quel ponte che sta tra tecnologia e umanità.

 


mercoledì 5 febbraio 2014

Il difficile esercizio di pensare

Sembra che la capacità di pensare, di discernere, di scegliere con cognizione di causa, informandosi e valutando i pro e i contro, se mai ha raggiunto livelli accettabili, sia ora in drastico declino.
Il comportamento degli Eletti in Parlamento, i commenti beceri sulla rete, le azioni dettate dall'impulso che spesso hanno conseguenze nefaste, per sè o per gli altri, sono tutti segnali che  l'esercizio di pensare è diventato oltremodo difficile.
Anche nelle discussioni dai toni civili, si percepisce che a prevalere, nell'animo degli estensori di gran parte dei commenti, sia la pancia ( o il cuore, nei rari casi di contributi positivi ) anzichè la mente.
E sì che proprio per la sua complessità, la società nella quale siamo immersi necessità di un discernimento maggiore, non di più livore e rabbia.
Ma, posto che lo si voglia, chi può aiutarci a pensare?
Da un lato si tratta di recuperare il ruolo che le istituzioni possono avere. 
C'è un interessante post di Luca De Biase ( tutto De Biase è interessante, anche se non sempre proprio facile da leggere ) che svela le ragioni per la caduta della autorità culturale di molte istituzioni e propone il modo di recuperare credibilità, che  parte  dalla visione di un futuro di qualità migliore. Il lavoro intellettuale che serve alla società può essere riprogettato. I filtri all’information overload possono essere ripensati. La formazione profonda può essere riattivata. Ma occorre pensare avanti, non indietro.
In altre parole, la formazione ( scuola e università ), l'informazione, la politica potranno recuperare credibilità se  sapranno innovare e innovarsi.
Da parte nostra si tratta di recuperare un metodo  che è stato fondamentale per l'evoluzione culturale umana: "La conoscenza ha bisogno di metodo: ispirazione, visione-teoria, ipotesi-progetto, verifica-sperimentazione; indipendenza, completezza, accuratezza; rispetto dei diritti, spirito di servizio."
Da sottolineare che se ci limita alla ispirazione e alla visione , senza arrivare alla verifica e sperimentazione, si  sdoganano  superstizioni e facilonerie  che ci rendono preda degli imbonitori e dei ciarlatani.

Un modo semplice ed economico per imparare a pensare, poi, sarebbe la lettura. 
Molti sono i libri che aiutano a pensare, alcuni di quelli che hanno aiutato me ( non che siano riusciti completamente nell'intento di dotarmi di una mente critica e attenta) li potete trovare sulla mia libreria Anobii, o commentati qua è la su questo blog.
L'ultimo che ho preso in considerazione, ma che ancora non ho iniziato è  Thinking, The new science of Decision Making, Problem Solving and Prediction, a cura di John Brockman, l'ideatore del prestigioso sito edge.org.
Raccoglie commenti e conversazioni di personaggi che , soprattutto, sanno pensare, tra cui, Nassim Nicholas Taleb, Daniel C. Dennet, Daniel Kahneman.

Buon pensiero.

venerdì 19 ottobre 2012

Il pensiero e l'universo

"The universe is very very big, and our brain is really small. So the test of knowing the universe is very ambitious" 
David Weinberger,  filosofo e tecnologo, co-autore del Cluetrain Manifesto.
( grazie a Luca De Biase


Ma cielo e terra ti comprendono forse, perché tu li colmi? o tu li colmi, e ancora sopravanza una parte di te, perché non ti comprendono? E dove riversi questa parte che sopravanza di te, dopo aver colmato il cielo e la terra? O non piuttosto nulla ti occorre che ti contenga, tu che tutto contieni, poiché ciò che colmi, contenendo lo colmi? Davvero non sono i vasi colmi di te a renderti stabile. Neppure se si spezzassero, tu ti spanderesti; quando tu ti spandi su di noi , non tu ti abbassi, ma noi elevi, non tu ti disperdi, ma noi raduni. Però nel colmare, che fai, ogni essere, con tutto il tuo essere lo colmi. E dunque, se tutti gli esseri dell'universo non riescono a comprendere tutto il tuo essere, comprendono di te una sola parte, e la medesima parte tutti assieme? oppure i singoli esseri comprendono una singola parte, maggiore i maggiori, minore i minori? Dunque, esisterebbero parti di te maggiori, altre minori? o piuttosto tu sei intero dappertutto, e nessuna cosa ti comprende per intero?

S. Agostino, Padre della Chiesa
( grazie a Dio)

lunedì 2 aprile 2012

The Information: una breve riflessione

Non sono veloce quanto vorrei nella lettura.
Altre cose di maggiore urgenza prendono il sopravvento.
Cosi` ho appena superato la meta` del voluminoso libro di J.Gleick The Information, acquistato nel luglio scorso.
Sino a poche pagine fa ancora non riuscivo a capire quale fosse il tema nascosto che una narrazione cosi` dettagliata dell’evoluzione del trattamento della informazione nascondesse.
Quale fosse il messaggio, insomma.
Ho provato dunque a fare una prima breve riflessione, che qui vi propongo:

Come razza umana, mediamente non abbiamo poteri telepatici (non escludo a priori che qualcuno li abbia, ma non ho mai letto di prove che abbiano soddisfatto i criteri scientifici). Altrimenti non avremmo dovuto sviluppare così tanti e diversi linguaggi e così articolati.
Essi, i linguaggi, così come le scritture e i vari simbolismi, rappresentano il tentativo di concentrare in simboli esterni a sè quanto elaborato nella propria mente.  Con lo scopo ultimo di comunicare agli altri il proprio pensiero.
CI si deve mettere d’accordo sul significato da dare ai simboli, tuttavia.
Il processo prevede che usando concetti universalmente accettati  ( una tacca per indicare l’uno, due tacche per il due, una mano aperta per il cinque -da cui il V romano - e cosi` via)  si iniziano a codificare concetti che fanno da base per comunicazioni via via piu` complesse e ricche.
Questo meccanismo richiede quindi che per una comunicazione sempre piu` complessa ci si attrezzi di competenze ed esperienze sempre piu` complete.
La storia della comunicazione ( dell’informazione) e` la storia di una ininterrotta codifica.

Spero di riuscire a proseguire con la lettura e cogliere altri aspetti della gestione della informazione e della sua comunicazione.

mercoledì 14 settembre 2011

Raggio di luce

E` un breve racconto su uno dei piu` importanti successi di innovazione degli ultimi anni, e a come si e` giunti alla sua realizzazione. E` tuttavia completamente inventato,  anche se ispirato a fatti e persone reali, ed ha la sola finalita` di sottolineare alcuni concetti legati all’innovazione: l’osservazione della realta`, la serendipity, l’elaborazione creativa ( brainstorm ), il pensiero laterale.



Raggio di luce.

La pareti grigio-azzurre dell’ufficio non erano certo fonte di ispirazione,  men che meno i divisori denim chiaro, nonostante il preteso effetto riposante. Si concentro` sulla parete  di fronte a lui, ricolma di biglietti, post-it, un calendario aggiornato al mese precedente, una serie di disegni dei figli. Nulla che lo aiutasse.
Poso` l’ennesima copia di Quantum Electronics con un sospiro.
Aveva sfogliato una cinquantina di riviste, ora ne aveva abbastanza. Tanti gli spunti interessanti,  ma o erano idee gia` sviluppate o non pertinenti con le competenze del suo gruppo:  la soluzione la doveva trovare altrove.
Si alzo` spostandosi verso la finestra. Il verde reso brillante dalla pioggia recente  toccava dalle cime dei filari di pioppi la gonfia evoluzione delle ultime nubi, che si affastellavano verso l’orizzonte.  Parevano spinte da una forza caotica, che ora le spingeva le une accanto alle altre, ora le organizzava in greggi ordinati.   Profili in continuo, lento movimento segnavano il confine tra il temporale e il sereno.  Un confine tra caos e ordine.
Forse i paradigmi della teoria del caos lo avrebbero aiutato. Eventi catastrofici che stimolano l’evoluzione di un sistema.  All’orizzonte una fila di nuvole scure disegnava un motivo quasi regolare. Un lampo superstite sbianco` una nuvola.  Forse l’energia....
C’era poco da fantasticare: dovevano trovare una nuova idea, ne andava del futuro del gruppo, forse dell’intera azienda.  E doveva essere una idea dirompente, non un semplice aggiustamento, un miglioramento di qualcosa che gia` esisteva. Per questo c’erano gia` i cinesi.
Ma al momento,  i pensieri si muovevano nella sua mente come le  nuvole mutaforma all’orizzonte.
Decise che si sarebbe schiarito le idee facendo una passeggiata.
I colleghi, arrabattati in un progetto tampone tanto astruso quanto inutile, lo osservarono distratti attraversare gli open-space a testa bassa. Non ne erano stupiti, anzi quasi sollevati. Conoscevano l’uomo per i suoi lampi di genio, per le idee che improvvisamente scaturivano come dal nulla, per la tenacia con cui inseguiva un sogno sino al successo o all’evidente impossibilita` di realizzarlo.
Attraverso` il corridoio cercando di non pensare a nulla di quello che aveva letto o su cui aveva lavorato negli ultimi anni. Sapeva che sgombrare la mente  era il primo passo per far scaturire nuove idee.
Scese le scale velocemente, come era solito fare. Ma forse per una piega nella moquette che le rivestiva, forse per lo sguardo distratto a ricercare  punti di interesse o di ispirazione, all’improvviso, sul finire della seconda rampa, il suo piede non incontro` il gradino.
In un lampo, i sensi ripresero il controllo del corpo, una scarica di adrenalina risveglio`  la mente ,  il braccio si appoggio` al corrimano e piedi ripresero il controllo della terra. Stette un secondo in una posizione innaturale, si guardo` intorno per verificare di non essere stato involontario protagonista di una scenetta comica, poi riprese lentamente a scendere.
Mentre scendeva misurava i passi, tastando i gradini, e nello stesso momento meditava sull’accaduto.
Aveva perso per un attimo il coordinamento del corpo, che pero` aveva  subito recuperato, grazie al suo senso dell’equilibrio.
Ma come funzionava, nel corpo, il senso dell’equilibrio?  Riando` alle nozioni imparate a scuola. C’e` l’orecchio interno, e li` dentro i canali semicircolari, con  i recettori di movimento … insomma un sistema in grado di dare al cervello indicazioni sulla  posizione del corpo nello spazio, rispetto al sistema gravitazionale della Terra.
Mentre lentamente camminava  intorno all’edificio, illuminato dal sole radente, lascio` che la sua mente vagasse intorno al concetto  di ’equilibrio.
Si blocco`, quasi accecato da un raggio di sole.
E perche` non replicare il sensore di equilibrio, o di movimento, basandolo su semiconduttori?
Avere un dispositivo che potesse indicare la posizione rispetto al suolo, o il suo movimento, avrebbe potuto  migliorare l’utilizzo di molti strumenti, e magari rendere piu` facile la vita delle persone.  E avrebbe dato senso al lavoro del suo gruppo.
Torno` di corsa in ufficio. Chiamo` un paio di suoi collaboratori ed espose le sue idee.
Ne scaturi` un brainstorming  che lo galvanizzo`. Si sviscerarono concetti di meccanica, fisica dei materiali, autovettori e momenti angolari, tecniche di deposizione e di lamatura. Si intravidero possibili applicazioni e si rallento` l’entusiasmo all’affacciarsi dei problemi tecnici.
Erano tanti da risolvere, e avrebbe dovuto convincere i suoi capi, pure.
Non era sicuro di quello che avrebbe fatto in seguito. Ma avrebbe escogitato qualcosa.

Loris G. Navoni


giovedì 21 aprile 2011

Un'immagine vale piu` di mille parole? ... non e` detto.

La scrittura viene riconosciuta universalmente come il piu` efficace metodo di trasmissione del pensiero. Duratura, non volatile come il parlato, permette di reiterare l'acquisizione delle parole tutte le volte che sia necessario, non lascia spazio ad ambiguita` (a meno che non lo sia intrisecamente nel pensiero che esprime ) nell'interpretazione dovute a mimica facciale o altri atteggiamenti del corpo.
Tuttavia questa viene accreditata come civilta` dell'immagine.
L' immagine statica della fotografia prima e dinamica del cinematografo e della TV poi, hanno caratterizzato il secolo scorso, e questa prima parte dell'attuale viene densamente popolata da clip, filmati, frammenti mobili veicolati da differenti piattaforme sempre piu` pervasive.
E` indubbio che l'impatto emotivo di una immagine sia piu` immediato rispetto alla descrizione della stessa mediante la scrittura: una scena di dolore, un'impresa, un'azione rende meglio nella sua drammaticita` cristallizata in un attimo o nei pochi frames dello svolgimento. Per descriverla compiutamente sarebbero necessari parecchi paragrafi, con un effetto diluente sull'emozione percepita.
Eppure  un'immagine, anche se fortemente esplicativa, non dice tutto, quantomeno sul piano razionale.
Alta Via, racconti verso l'Alto
Prendiamo questa immagine, ad esempio. Certamente e` molto suggestiva,  e sono stato molto fortunato a cogliere la fuga di monti e la persona in primo piano. Pero` non riuscireste a rispondere a queste domande:
1) Dove siamo
2) Chi e` la persona sul sentiero
3) in che anno e che stagione
4) per che motivo quella persona e chi fa la foto si trova li`
5) per cosa e` stata usata  quell'immagine ( questa e` facile, basta leggere la didascalia)
....
Perche` a queste domande si trovi una risposta e` necessario che vi racconti  una parte della mia storia, e per farlo dovrei o parlare con voi o, chiaramente, scrivere ( in parte l'ho fatto, lo trovate in Alta Via )
Anche per le immagini in movimento  vige la stessa regola;  prendete per esempio ( non ho scelta ... :-) la trilogia del Signore degli Anelli: piu` di nove ore di film pur nella loro bellezza  non riescono a  rendere giustizia alle circa milletrecento pagine del libro, dovendo omettere interi capitoli ( l'incontro con Tom Bombadil e` l'omissione piu` importante ) e modificando alcuni aspetti per far rientrare il  racconto nei canoni cinematografici.
Casa di Tom Bombadil, by Alan Lee: potete arguire quello che sta succedendo, e ricavarne una impressione di tranquillita` e di pace, ma non saprete mai, da questa immagine, che gli Hobbit sono stati salvati dal Vecchio Salice o che il nome della sposa di Tom e` Baccadoro.
Solo la lettura del libro riesce a restituire il vero spirito che ha animato l'autore nel realizzare un'opera cosi` complessa.


Prendiamo, per finire un altro esempio, in tema con la settimana Santa:
Cristo Morto di A.Mantegna

 E` un dipinto che indubbiamente suscita una forte emozione, grazie anche alla sua efficace scelta prospettica. Un sito generalista come Wikipedia impiega piu` di mille parole per descriverlo solo parzialmente. Credo che un critico d'arte sia in grado di scriverci un libro
Il punto e` che l'immagine e` olistica, la scrittura analitica. L'immagine in movimento, poi, richiede una scansione in tempo reale e continua tanto quanto la durata dell'evento registrato, la parola scritta non ha alcuna necessita` di una sincronizzazione temporale.
La quantita` di informazione che una immagine e` in grado di fornire e` immensa, ma e` solo con la parola  che si e` in grado di elaborarla.


( Dio disse:"Luce!" , Genesi 1,3 )

martedì 7 settembre 2010

La sfida della mente aperta



La mia attivita` lavorativa mi ha portato specie in questi ultimi anni a contatto con aspetti inerenti allo scopo ultimo della mia azienda ( fabbricare componenti elettronici a semiconduttore ) spesso apparentemente molto distanti tra loro.
Con una competenza non strettamente legata ad un particolare ambito ( tecnologico, gestionale, organizzativo ), ho potuto spaziare dalla definizione di regole tecnologiche per la produzione alla identificazione di applicazioni per prodotti innovativi, passando dalla progettazione digitale e approdando alla definizione e fornitura di sistemi collaborativi.
Cercare un senso comune alle attivita` di cui ho fatto esperienza, escludendo la mia idiosincrasia a fare cose che non abbiano, appunto, piu` senso per me, anche a costo di perdere in termini di carriera, non e` stato facile.
MI sono convinto pero` che sono due i fattori di successo nell’ambito di una qualsiasi attivita`, sia essa strettamente lavorativa o che coinvolga altri momenti della vita ( e dove per successo intendo il compimento completo dell’impresa, ovvero una idea funzionante accanto ad una soddisfazione piena di tutti gli attori).
Essi sono da un lato la severa specializzazione in un ambito ovvero la piena comprensione di tutti i suoi aspetti, l’abilita` di risolvere qualsiasi problema si affacci, la perfetta sintonia con l’oggetto del proprio lavoro, in una prospettiva riduzionistica.
Dall’altro lato, e` vincente la visione olistica del lavoro, che si esprime nella comprensione della panoramica nella quale l’attivita` viene considerata. Qui si innesca una interpretazione della realta` , una visione che deve necessariamente andare al di la` delle competenze specifiche per il lavoro che si intraprende. Si rivela importante, ad esempio, non conoscere solo di elettronica o informatica, ma anche di marketing, economia, e di psicologia, oppure di networks, quindi teoria della complessita`, sociologia, etc.
Ho anche osservato che quanto piu` questi due estremi si compenetrano, quanto piu` gli specializzati entrano in collaborazione con quelli che hanno la visione a 360 gradi, tanto piu` il risultato e` coronato da successo.
Questa sinergia, che sino a pochi anni fa impensabile ( la dicotomia olismo-riduzionismo sembrava dover essere rappresentata da un insieme disgiunto nel quale non vi era punto di contatto e nemmeno doveva esserci), e` fortunata conseguenza dell’evoluzione della nostra societa`, e in qualche modo scardina ruoli precostituiti e basati sulla immutabilita` di certe interpretazioni della realta`.
E` necessario pero` che le menti che regolano queste iniziative siano aperte ad ogni contributo, da qualsiasi parte provenga. Basare il proprio sviluppo su preconcetti o sull’autoreferenzialita` ( non solo personale, deleteria in se`, ma anche di gruppo, team, aggregazione) e` una via destinata al fallimento.

lunedì 4 gennaio 2010

Saper fare i conti

Ad un mio amico che commentava la debolezza di una lampadina appena installata, ho proposto di metterne una ad alto rendimento, stesso consumo, maggiore luce. Anche e soprattutto in chiave di risparmio energetico ( oltre che risparmio tout court ).
Al che lui ha replicato: "Basta che usi il ferro da stiro mezz'ora in piu` e il guadagno e` gia` vanificato".
Li` per li` non ho saputo rispondere, poi pero` ho voluto verificare:
ho guardato quanto consuma il nostro ferro da stiro: dichiara 850 Watt ( e` di quelli con caldaia separata) . Concediamo 1 kW di consumo tenendo conto che magari mentre stiri accendi una luce in piu` . Vuol dire quindi 1 kWh di consumo. Quante ore di stiratura necessitano la settimana? Noi cerchiamo di stirare il meno possibile ( spesso "stiro" a mano maglie e varie mentre le piego, l'effetto e` accettabile, ma non vale per le camicie ) . Poniamo circa tre ( per una famiglia di cinque persone quale la mia ). Sono tre kilowattora di consumo la settimana.
Passiamo ora alle lampadine.
Una famiglia come la mia usa, nei mesi invernali, la luce dalle quattro sino circa a mezzanotte ( otto ore). Poniamo che siano accese l'equivalente di quattro lampadine da 100 W, moltiplicate per otto ore sono 3200 Wh, che vuol dire 22,4 kWh alla settimana.
Se le stesse lampadine vengono sostituite con quelle ad alto rendimento (20 W invece di 100 ) :
4 * 20W * 8h * 7 gg = 4,5 kWh.
Si ha un risparmio di ( 22,4 - 4,5 = ) 17 kWh per settimana, che coprono abbondantemente il consumo anche piu` intensivo del ferro da stiro.
Sono conti della serva, che comunque spero di non aver sbagliato ( ma se mi e` sfuggito qualcosa, ditemelo ) , che pero` servono come invito a valutare attentamente, non per partito preso o per comodita` di pensiero, tutti gli aspetti della nostra vita, anche i piu` banali.

martedì 10 febbraio 2009

Complessita` e vita quotidiana


Non sono uno studioso e nemmeno uno scienziato: sono solo un curioso che legge e segue i progressi della comunita` scientifico-tecnologica.
Mi interessa tuttavia capire come la scienza si declina nell’utilizzo e nel pensare comune, come la gente percepisce ( se li percepisce) i progressi scientifici o ne coglie solo i vantaggi tecnologici, quando questi ci sono.
Infatti, solo quello che si riesce a fare proprio, attraverso le proprie capacita` analitiche, che si inserisce consapevolmente o meno nella propria realtà` quotidiana, diventa bagaglio culturale comune, magari travalicando il significato originario.
Pertanto con queste mie riflessioni non ho nessuna pretesa, se non sottolineare il gap che esiste tra “scienziato” e “uomo comune”, magari suggerendo, nel mio piccolo, azioni che in qualche modo avvicinino gli estremi.


La teoria della complessita` separa quest’ultimo concetto da quello di complicazione, ( essendo quest’ultima modellabile secondo leggi lineari, mentre la prima gestisce o interpreta i fenomeni per i quali è necessario un approccio sistemico, perche` la trattazione analitica non è sufficiente a spiegarli ) ma per la gente comune questa separazione non è così evidente.
Per la percezione che se ne ha nella vita quotidiana, spesso quanto e` per gli studiosi “solo” complicato, ovvero rappresentabile con modelli lineari, acquista carattere di complessita`, perche` l’uomo medio non ha strumenti per interpretare e leggere la complicazione.
Di fatto il confine è sfumato e, in alcuni casi, arbitrario, in quanto il modello descrittivo di un sistema puo` essere difficile da comprendere: quindi non è detto che il sistema sotto osservazione sia effettivamente complesso, ovvero rappresentabile solo con modelli non lineari, ma il suo alto livello di complicazione fa si` che per un utente medio esso venga percepito tale , perche` al di la` della portata dei modelli mentali a cui l’utente puo` accedere mediante il suo bagaglio culturale.
E dunque si guida l’auto senza comprendere il funzionamento del motore ( anche se si è costretti a studiarlo al conseguimento della patente ), o il cellulare senza sapere quale è il percorso che i segnali compiono dentro e fuori l’apparecchio. Non solo, ma si ha la tendenza ad umanizzare il comportamento di macchine complicate, proprio perche` non è chiaro ( o lo è a prezzo di un faticoso studio) il modello a base di tale dispositivo.
Il comportamento di una pentola a pressione è facilmente prevedibile anche senza avere nozioni di termodinamica, quindi il dispositivo non appare complesso ( in questo caso nemmeno complicato) ; il comportamento di un orologio ( non multifunzione!) viene percepito come complicato ma non complesso, perche` il comportamento è, nei tempi e nei limiti della percezione umana , lineare ( anche se gli esperti mi insegnano che le oscillazioni (- del bilanciere o del quarzo - non sono del tutto lineari).
Invece un dispositivo il cui principio di funzionamento non è immediatamente comprensibile, quali un computer, viene inteso come qualcosa che si comporta in modo non del tutto prevedibile, rassegnandosi a dedurne il comportamento tramite l’esperienza su di esso e l’osservazione ( e questo vale non solo per gli utilizzatori domestici, ma spesso anche per professionisti ).
A complicare (perdonate il bisticcio verbale) la situazione, o a parziale spiegazione, si aggiunga il fatto che l’uomo non è fisiologicamente predisposto a gestire situazioni complesse: l’osservazione e l’analisi di un fenomeno, di un accadimento, ricorrono in prima istanza all’uso della memoria di lavoro che è in grado di gestire non più di sette concetti circa per volta.
Frammentare l’osservazione e gerarchizzazre i concetti è il metodo per gestire grandi quantita` di dati con una memoria limitata
Solo in un secondo momento , la sua memoria di lavoro è in grado di gestire non più di sette concetti alla volta.
Per cio`, nel momento in cui è costretto ad esaminare una situazione cui far fronte, un essere umano non ha altra scelta che adottare la modalità analitica, alla pratica del divide et impera . Col rischio di perdere di vista, nella analisi del particolare, la visione globale, the big picture.
Ma questa è la concretizzazione nella vita quotidiana del metodo classico del riduzionismo, che abbiamo visto non essere sempre in grado di fornire gli strumenti adatti per la risoluzione dei problemi.
Come preparare allora la gente a riconoscere la complessita`? E a quale scopo ?
Al di la` di un processo educativo che deve portare a saper si` categorizzare, ma anche a trovare relazioni tra le categorie e capire che tali relazioni sonomutuamente influenzabili, l’auspicio è che ci si anche una motivazione forte a concepire come necessaria questa capacita` di riconoscimento.
Perche` le risposte semplicistiche o parziali a delle realtà complesse sono sempre fallaci. E non sempre è utile la categorizzazione dualistica, non sempre o è giusto o è sbagliato.
Il mondo, l’universo si rivela giorno dopo giorno sempre più complesso. Dotarsi di strumenti adeguati ad interpretarlo potrebbe essere una questione di sopravvivenza

mercoledì 18 giugno 2008

innovazione

Dal blog di Luca De Biase estraggo questo commento, che condivido:
... dimostrano come l'innovazione avvenga quando l'azienda libera le energie vitali dei suoi collaboratori e li sostiene in una ridefinizione delle relazioni tra la forma e la funzione dei prodotti.
E anche questo è degno di nota:
Molti innovano trovando una nuova forma che poi cerca le sue funzioni. I grandi del design creano una forma che ispira a utilizzarla di modi anche imprevisti. E forse lo stesso avviene a molte idee tecnologiche. Ma spesso avviene che una funzione sia pensata come incarnata in una forma e che questa finisca per frenare l'innovazione: pensando la funzione disincarnata si può arrivare a immaginare una nuova e più efficiente forma che la svolge.
Credo che valga non solo per l'innovazione in senso stretto, ma per ogni forma di rinnovamento, sociale, etico, spirituale.
Infatti la tendenza a mantenere lo status quo, a considerare che " si è sempre fatto così" non favorisce alcun tipo di crescita.

martedì 6 maggio 2008

Lucidare la mela


Ci sono persone che lucidano la mela, lavano la superficie con accuratezza, ne tolgono le impurità, lustrano anche il picciolo, ma non l'addentano, non ne assaporano il gusto.

Sono sacerdoti che parlano dell'amore di Cristo senza essere capaci di trasmettere un briciolo di amore verso gli altri.

Sono politici e uomini pubblici senza idee, entrati in politica con il solo scopo di conquistare una poltrona sicura.

Sono studiosi incartapecoriti nei loro paradigmi autoreferenziali, senza il coraggio di esplorare strade nuove.

Sono persone incapaci di dedicere cosa fare della propria vita, vivendo con il timore di consumarsi, senza capire che in questo modo diventano un po' come certi salotti delle nostre nonne, perfettamente in ordine ma mai usati, che la vita si svolgeva altrove

giovedì 31 gennaio 2008

Il curioso in libreria - Febbraio 2008

rubrica di libri et al.


La felicità non costa nulla ( a parte il prezzo di copertina).

Un seria e motivata critica al consumismo è in atto ormai da parecchi anni.
Essendo espressione del sistema capitalistico, nato dalla traformazione della società dopo la rivoluzione industriale, questa critica ha spesso avuto connotati fortemente politici ( il comunismo e il socialismo come argine al capitalismo, o viceversa ).
In un secondo momento movimenti meno politici, ma non meno schierati, più interessati peró alla giustizia sociale, specie nelle aree di quello che allora veniva chiamato Terzo Mondo, offrono oltre alla critica una proposta di “rivoluzione dal basso” cercando con i pochi mezzi a loro disposizione di contrastare i giganti economici, favorendo uno scambio economico improntato sull’equità e sulla solidarietà.
Fin qui, oggi, le analisi del sistema capitalistico, frettolosamente liquidate come ideologiche ( ok, anch’io semplifico molto, ma è per ragioni di spazio e per arrivare al nocciolo del mio ragionamento ).
Arriva però la Rete , e con essa una serie di potenti strumenti di comunicazione: mail , forum di discussione, blog ovvero diari in linea, spesso simpaticamente inutili, ma molte volte concentratori di attenzione su temi importanti ( uno per tutti, il discusso blog di Beppe Grillo - www.beppegrillo.it ).
E la Rete porta con sé una motivata e spietata critica al sistema del consumo così come architettato dai grandi gruppi economici mondiali. E il libro “Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre”, ed.Feltrinelli, dà conto di questa nuova stagione.
Nel suo interessante volume Luca De Biase, giornalista e blogger ( http://blog.debiase.com ) , curatore dell’inserto settimanale “Nova” del Sole24Ore, parte da una considerazione che banalmente riassumerei nel motto: “i soldi non danno la felicità”.
L’errore di fondo degli economisti è quello di pensare che la gente voglia soddisfare i suoi bisogni aumentando il possesso di beni quando in realtà vuole semplicemente essere felice.
Su questo inganno si basa la spirale economica che rincorre l’accumulo indiscriminato del prodotto interno lordo, e l’intero sistema, complici anche i media, si è fino ad ora adeguato a proporre questo come modello vincente.
Ma le nuove tecnologie liberano forze in grado di opporsi: forum di discussione che smantellano prodotti falsamente pubblicizzati, blog che catalizzano l’attenzione su temi sordidamente taciuti dai media tradizionali, teorizzazione dello scambio gratuito di contenuti, ritorno alla centralità delle relazioni tra le persone, basate sui principi della gratuità e della partecipazione.
Di questo nuovo rinascimento l’autore, con questo libro e con il suo blog, si fa alfiere.
C’è di che riflettere.

venerdì 30 novembre 2007

La bellezza frattale

La bellezza è frattale.
Frattale è la replica dello stesso disegno ( in senso lato, non in senso figurativo) a diversi livelli dimensionali. Il mondo intorno a noi è frattale. Le piante hanno un modello frattale nel loro codice genetico e questo viene usato per crescere e svilupparsi.
Frattale è moltiplicare se stessi nello spazio.
Ma è anche divisione:
dividere un corpo per replicare copie.
E' il dividersi affinchè parti di se possano esistere.
La croce di Cristo è frattale: dall'asse principale si ramifica nei due bracci e nella parte superiore.
Il legno si divide per sostenere il corpo dell'uomo.
E chi più di Cristo si è diviso per replicare se stesso in un modello frattale che noi siamo chiamati a replicare?

martedì 27 novembre 2007

Per me, il Natale.

Il Natale non è niente.
È solo un povero bimbo sfigato, nato da una famiglia di sfigati, con il padre artigiano che paga tutte le tasse , fino all’ultimo euro, e che fatica dodici ore al giorno per mantenere la famiglia, con il mutuo-capestro, la madre disoccupata.
È un bambino che nasce in una roulotte, un container, una casa okkupata, una tenda da profughi, una casa del comune ad affitto agevolato.
È figlio di quelli che comprano Prada e Logan e Armani per non sembrare sfigati, che acquistano il plasma 32 pollici con comode rate a partire da agosto 2008, che forse non riusciranno a pagare.
Il Natale non è niente.
È il cumulo di regali che sei costretto ad acquistare, perche sennò che Natale è, e i bambini sono sempre lì che li aspettano, i regali.
È l’abbagliarsi con le luci, i Babbi Natale tutti deficienti a salire sui balconi e sulle finestre con scale di lucine, quando è così comodo passare dal camino.
È l’ipocrisia degli auguri a tutti, per un buon natale, un buon anno, che sia meglio di quest’ultimo, e che nevichi un po’ ma non troppo sennò si deve bestemmiare a capodanno per mettere le catene.
Sono io che in questo natale mi arrabbio e me ne andrei lontano, in un paese dove non lo festeggiano il natale, così eviterei tutto questo.
Non si diventa più buoni a Natale. È un palla che ci raccontiamo per giustificare gli altri trecentosessantaquattro giorni.

Ma poi lo vedi , Gesù, negli occhi nel corpo dell’ultimo nato.
Vedi la sua debolezza di piccolo essere che comunica con segnali ancestrali.
Vedi quello che potrà diventare: scienziato, medico, poliziotto, sacerdote, artista.
Vedi la vita che sta scoppiando in lui.
Capisci che questo Gesù, quello che stai vedendo nel corpo di tuo figlio che sta crescendo, di tua nipote appena nata, del figlio deboluccio del tuo amico, di quel giovane scapestrato che passa davanti a casa tua, ti salva dal peccato originale.
Ti salva dal perdere la speranza.
Allora capisci che non si festeggia il natale. Si festeggia la Vita.
E allora tutto acquista un senso.
E accendi anche tu le luci del presepe.

lunedì 26 novembre 2007

Il curioso in libreria - Dicembre 2007

Rubrica letteraria sulle pagine di Voce Amica di Cernusco s/N


Natale, la rivoluzione del pensiero

Nella consuetudine della pratica religiosa, ci troviamo spesso a fare i conti con una condizione di assuefazione ai concetti rivoluzionari che il messaggio di Cristo sottende.
Lo scandalo della Croce, il comandamento dell’amore, ci risultano così familiari da non suscitare in noi una riflessione che ponga la nostra vita a confronto con essi. Le sfide della sopravvivenza quotidiana, gli innumerevoli stimoli nella direzione della assuefazione sociale e etica ( mentre la “direzione ostinata e contraria” è quella del Vangelo) ci fanno dimenticare il senso di essere cristiani.
Fa dunque bene ritrovare questo modo di rendere concreti i temi della proposta cristiana in persone e situazioni apparentemente non vicine al mondo cattolico . E se le motivazioni profonde che spingono in questa direzione non coincidono proprio con le nostre probabilmente è solo questione di punti di vista. Purche’ il risultato non sia poi usato come strumento ideologico.
Sorprende ma consola dunque un po’ leggere, ad esempio, la proposta di John Thackara, (il suo libro “In the bubble: designing for a complex world” purtroppo è solo in inglese, per ora) esperto di progettazione e innovazione sostenibile, che collabora con amministrazioni, progettisti, aziende per togliere il primato alla tecnologia e sostituirla con l’attenzione alle persone.
Egli afferma che il modello collaborativo , l’organizzazione del quotidiano impostato sull’usare senza possedere e il progettare sistemi sempre più efficienti e vicini alle esigenze delle persone (ad esempio permettere il monitoraggio di pazienti cronici a casa anziché costringerli a quotidiani spostamenti verso l’ospedale, o edificare minimizzando lo spreco energetico e con grande attenzione all’ergonomicità) è il solo modo che l’umanità ha per migliorare la propria esistenza.
Rincuora anche vedere girare in rete quel proclama di Natale Babbo, diffuso da una “rivista energica per la scuola esaurita” www.laricarica.net , che solleva dall’obbligo di fare regali ( tra adulti, ai bambini lasciamo la poesia, ma anche lì… ), proponendo invece di regalare qualcosa di proprio, frutto di tempo e di lavoro personali, non acquistati.
Quel sito riporta inoltre un severo editoriale che vi invito a leggere.

Difficile?

Visto però che la strada dell’inferno è costellata di buoni propositi, se proprio non ce la facciamo a cambiare il mondo o, più prosaicamente, non possiamo fare a meno di fare regali, cerchiamo almeno di contenere i danni, e regaliamo libri. Il perche` ve lo sto scrivendo da mesi.
Allora non fa male dare un’occhiata alle proposte editoriali di questi mesi, magari con un occhio speciale, forti di quanto abbiamo commentato qui sopra.
Tralasciando dunque i best sellers, che comunque a profusione trovate sugli scaffali della Libreria del Naviglio, partirei dall’analisi di un primo concetto, quello della fede: La fede dei cristiani: Spiegata ai non cristiani di Grün Anselm, edizioni San Paolo, non serve solo ai non cristiani: “ In questo libro – scrive l’autore nella Introduzione - vorrei soprattutto sostenere tutti coloro che sono alla ricerca della propria identità aiutandoli a superare la “nebbia dell’incertezza capire le affinità tra le religioni del mondo”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con una visione che si allarga a tutte le religioni del mondo è Il demiurgo, di René Guénon, edizioni Adelphi, una raccolta di articoli, di non difficile lettura, sul tema di quello che l’autore, studioso di religioni della prima metà del Novecento, definisce come il Grande Mistero. È la descrizione di un cammino verso Dio, verso la totale immersione in Lui, lo stesso percorso dai mistici di tutte le religioni.
Chiude il cerchio il lavoro di Armando Torno su alcune delle più famose storie della Bibbia: Il gioco di Dio, ed. Mondatori , nel quale analizzando le vicende di personaggi mitizzati o fraintesi, vi legge la relazione tra l’uomo e Dio come puro atto d’amore.

Non solo libri

Nella scandalosa offerta di lavori cinematografici che si sovrappongono e bruciano come una pellicola inceppata, probabilmente Centochiodi (trovate il DVD in Libreria.), come molti dei film di Ermanno Olmi, rimarrà a lungo come pietra miliare di una ricerca spirituale che va oltre allo studio e alla tradizione: “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico” dice il protagonista. Come dargli torto?

lunedì 8 ottobre 2007

La porta stretta

"Sforzatevi di entrare per la porta stretta" Luca,13-24

Ieri ho firmato per una petizione che metta al bando gli OGM. Non sono contrario in assoluto alla manipolazione genetica, se questa può migliorare la vita degli esseri umani. E mentre firmavo, mi interrogavo su questo. E due ordini di pensiero mi venivano in mente. Il primo è che se sugli OGM non abbiamo certezze scientifiche sulla loro tossicità ( ma neanche sulla non-tossicita) in qualsiasi caso questa operazione è guidata dalle multinazionali chimiche e alimentari, che non si preoccupano veramente della salute dell'umanità, ma del profitto che ne può derivare.
Il secondo pensiero è un po' più articolato:
io sono positivista rispetto alla scienza: sono convinto cioè che con adeguate risorse sia in grado di dare spiegazioni e soluzioni sostanzialmente a tutto ( citando Hofstadter - in Godel, Escher, Bach- "ci sarebbe da spiegare l'anima, e al riguardo i calcolatori non hanno niente da dirci").
Però la ricerca necessita di un'etica, se non si vuole arrivare all'eccesso degli ottimi scienziati delle SS, che mettendo in formalina la propria coscienza, non esitarono a effettuare esperimenti magari probanti dal punto di vista scientifico, ma al di fuori di qualsiasi umanità.
Per farl breve, il rischio nell'utilizzo di OGM, così come per il nucleare o per le staminali, è che a prevalere siano gli interessi delle industrie e del mondo economico, non il benessere della popolazione mondiale. E che non sia un rischio millantato ma reale lo dimostra la vicenda del virus HIV, che continua ad essere una minaccia per il continente africano a causa degli interessi delle case farmaceutiche, che dal vaccino vogliono trarre quanto più guadagno possibile.

Eppure la strada "etica" è percorribile. Se non ci fosse stata una opposizione all'utilizzo per così dire "allegro" delle staminali neonatali, pochi progressi si sarebbero fatti nella ricerca sulle staminali adulte ( è di pochi giorni la notizia dell'identificazioni di staminali nel liquido spermatico, tanto per citare un solo esempio ). O lo sviluppo del solare che, visto il trend e avendo finanziamenti adeguati, sarebbe in grado in via potenziale di rendere "neri" tutti i tetti delle città.

Che fare dunque? Credo che il senso dell'etica, sia religiosa che laica, debba guidare le scelte della gente, in primo luogo degli amministratori. E ricordando che il modello di sviluppo mondiale fallisce il suo scopo quando prevale il business alla solidarietà .
Il ruolo di noi semplici cittadini è quello di vigilare, di consumare con consapevolezza le risorse di questa terra e di usare quegli strumenti di "convincimento" delle classi dirigenti che la democrazia, per fortuna, ci da.

giovedì 4 ottobre 2007

Punti di vista

"Non mi interessa sentirmi intelligente guardando in TV dei cretini, preferirei sentirmi un cretino di fronte a persone eccellenti"
(Franco Battiato )


Concordo, anche se a volte qualche soddisfazione dobbiamo togliercela ( e non è difficile, basta accendere la TV a qualsiasi ora).

lunedì 18 giugno 2007

Pensa differente

Ecco i pazzi.
I disadattati.
I ribelli.
I contestatori.
Quelli sempre al posto sbagliato.
Quelli che vedono le cose in modo diverso.
...

Puoi lodarli, disapprovarli, citarli,
Puoi non credere loro, puoi glorificarli o denigrarli.
Ma ciò che non potrai fare è ignorarli.
Perché loro sono quelli che cambiano le cose.
Inventano. Immaginano. Curano.
Esplorano. Creano. Ispirano.
Mandano avanti l'umanità.
Forse devono per forza essere pazzi.
Altrimenti come potresti guardare una tela vuota e vederci un'opera d'arte?
O sedere in silenzio e sentire una musica che non è mai stata composta?
O guardare un pianeta rosso e immaginare un laboratorio su ruote?
...

E se alcuni vedono la pazzia, noi vediamo il genio.
Perché le persone così pazze da pensare di poter cambiare il mondo
sono quelle che lo cambiano.


(Think different, campagna pubblicitaria Apple, anni '90 )

venerdì 15 giugno 2007

Sopra di noi l'universo


Abbiamo una conoscenza delle cose che è così ampia da andare al di là di ogni nostra aspettativa.

Sappiamo con relativa precisione l'età dell'universo, come è composta la materia, le caratteristiche del nostro corpo e come si comporta la nostra mente.

Ma a che serve?

Il nostro orizzonte fisico è limitato, così come le nostre capacità: Possiamo forse smuovere una stella? Possiamo attraversare una galassia in un tempo ragionevole? O vedere i movimenti degli atomi ?

Possiamo solo sperare di vivere per un tempo che è un battito di palpebre rispetto all'età dell'universo. Siamo per lo più confinati in questa sfera di roccia protetti da un velo di gas che potrebbe essere spazzato via da uno starnuto del sole.

Che vale dunque vivere con questa prospettiva?

Possiamo soltanto vivere cercando di dare il meglio di noi stessi, affinchè la nostra vita abbia un senso nel mettere a disposizione qualcosa per gli altri.

lunedì 30 aprile 2007

Essere razionali

Essere razionali aiuta ad organizzare meglio la propria giornata.
Ma il mondo è reso bello dalla parte irrazionale della nostra vita
Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.