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mercoledì 14 maggio 2014

Motivazioni

Credo che a  spingere l'uomo ad affrontare una attività, un lavoro, siano essenzialmente tre fattori.
Quello di un possibile ritorno strettamente economico quale un salario, o di branding o di qualsiasi altro tipo che possa contribuira a trarne un vantaggio per se e per la propria cerchia familiare.
Quello etico, la consapevolezza che l'attività che si intraprende possa essere di una qualche utilità per la comunità, e quello della qualità, del piacere di realizzare un lavoro ben fatto.
Trovare motivazioni secondo questi termini, al netto di influenze di ambito strettamente personale,  non dovrebbe essere difficile.
Purchè lo scopo, il target, le mansioni, le prospettive siano chiare ben definite, ragionevolmente realizzabili e i cui risultati siano se non misurabili, quanto meno identificabili.

Il cuoco che lavora in un ristorante ha uno scopo ben definito, preparare del cibo nel modo migliore. I risultati sono evidenti al palato dei clienti.
Ogni impiegato è motivato nel fare bene il proprio lavoro sia per la soddisfazione personale di avere assolto un compito, sia per l'aspettativa salariali.
Quando però gli scopi sono nebulosi, o si ha l'impressione di non svolgere una funzione utile a qualcuno, occorre un grande sforzo per proseguire.
Quando lavoravo in un gruppo di ricerca ( dire che fossi  nel novero dei ricercatori sarebbe forse troppo, anche se qualche risultato l'ho ottenuto anch'io ), ci si trovava spesso con un target non ben definito.  C'era sì un obiettivo finale, ma non sempre era  univoco e immutabile. Capitava che  si scopriva qualche obiettivo intermedio o si raggiungevano risultati differenti per serendipità.
Ci si trovava però a volte nelle secche motivazionali. Troppo lontano e nebuloso l'obiettivo finale, capitava a molti , io compreso,  di girare in tondo, avvitandosi su esperimenti, approfondimenti, linee di lavoro lontane dal mainstream.
Lo stesso può avvenire, e avviene spesso in ambiti non legati al posto di lavoro ( quindi con il fattore "ritorno economico"  più debole).
Anche in quel caso, la mancanza di un target ben definito rende tutto più difficile.
Quando autoprodussi ( elegante eufemismo per giustificare la pubblicazione a pagamento, giustamente rinominata dagli anglosassoni come vanity press ) la raccolta di racconti Alta Via , ora disponibile anche in e-book qui e nei maggiori e-store ad un prezzo infimo, avevo bene idea del target di riferimento, che era la mia cerchia amicale e di conoscenze con i quali volevo condividere  le mie riflessioni su quanto avevamo condiviso "realmente" negli anni precedenti.
Ma se lo scopo si fa evanescente, se ad esempio non si sa se quanto si scrive potrà avere lettori, e quali reazioni potrà suscitare e se il ritorno sarà in qualche modo positivo, come sperimenta chiunque tenti di affacciarsi nel business della letteratura ( tanto per fare un esempio di cui ho esperienza diretta e indiretta, avendo seguito le vicende di alcune amiche che stanno riscuotendo un discreto successo ), in quel caso la motivazione deve essere forte e alimentata dalla volontà interiore.
Ed è questa volontà che a dispetto di tutti i segnali avversi, sostiene il cammino della creatività, dell'impegno, del lavoro.
Se poi, rispetto a questo mio confuso post, volete approfondire l'argomento, chi meglio di Annamaria Testa può aiutarci a capire cos'è la motivazione?
Da parte mia, è stato uno sforzo motivazionale persino arrivare a produrre questo testo, che ho dovuto riscrivere per un errore di salvataggio.




lunedì 7 gennaio 2013

L'innovazione crea lavoro?


Il rumore che CERNUSCO2032 - citta` dell'innovazione, commentata piu` volte in questo blog e da me sostenuta, e` in gran parte dovuto al dubbio che una iniziativa del genere possa avere ricadute in termini sociali sulla comunita` cernuschese.
E` un dubbio che anche a  me affiora spesso alla mente, specie ora che il lavoro di sintesi degli spunti proposti si sta avviando e si delineano alcune idee che possono concretizzarsi in tempi relativamente brevi, soprattutto in ambiti di tecnologia digitale e di comunicazione.
Il rischio che potrebbe profilarsi e` quello di  creare spazi ( fisici e virtuali) che una volta riempiti si rivelino statici, e autoreferenziali,  non in grado di creare quella rete di relazioni  sia professionali che di semplice conoscenza  necessaria perche`  l'idea che sta alla base do CERNUSCO2032 possa germogliare e dare frutti.
Si dovranno introdurre  regole e azioni che rendano dinamico il modo di operare sotto il brand CERNUSCO2032, che attivino un volano di conoscenze e idee che sia utile non solo a chi vi lavora, ma all'intera comunita` di business cernuschese ( ivi compresa la componente commerciale).
Questo permetterebbe non solo lo scambio di idee e soluzioni, ma anche di menti, costituendo cosi` un  potenziale piccolo contributo al mercato del lavoro.

Che poi l'innovazione ( che puo` significare  cambiamento di paradigma non solo nel prodotto, ma anche nei correlati, fornitura, vendita, stoccaggio, marketing, etc. ) sia il cavallo vincente da cavalcare, anche a Cernusco, lo dimostrano alcuni esempi che ho raccolto in queste ultime settimane:  una coppia di donne dopo una esperienza di commercio fallimentare, seguono la filosofia di una catena di franchising dove non e` importante il margine di profitto per singolo pezzo venduto, ma la quantita` agevolata da un prezzo bassissimo; un giovane che insieme ad altri amici intraprende controcorrente, la strada dell'orticoltura, bio e di prodotti di qualita`; un'altra coppia di donne che ri-aprono un negozio di alimentari in una zona "scoperta" della citta`.

Iniziative che, pur non rientrando nel quadro d'intervento potenziale di CERNUSCO2032 - almeno in questa fase, pure ne condividono lo spirito. E che andrebbero sostenute, agevolate.

A questo proposito trovo singolare che tra gli enti e le istituzioni  che storicamente hanno sempre sostenuto il tessuto produttivo e commerciale della citta` non ci siano state iniziative analoghe (anche meno tecnologicamente orientate, lo concedo) per sostenere la piccola imprenditorialita` cernuschese e il mercato del lavoro, e si preferiscano destinare fondi in celebrazioni che lasciano il tempo che trovano.

Segni dei tempi?



mercoledì 19 dicembre 2012

Il futuro appartiene a tutti


Lunedi, ore 23.15
La notte sta avanzando.
Ripenso all’incontro di stasera, il primo del gruppo di volontari che si sono resi disponibili dopo il convegno di sabato 24 novembre: Cernusco 2032 - la citta` dell’innovazione, affollato da una novantina di persone, di diversa estrazione professionale e culturale, interessate a capire  come sara` la Cernusco di domani, e magari a costruirla insieme.

I volontari di questa sera sono una decina, molti sconosciuti l’uno all’altro. Poche e con poche forze, rispetto al sogno che hanno. Che abbiamo.
Mentre affronto le ultime incombenze della sera mi rendo conto che l’iniziativa, che ancora deve trovare la sintesi tra le  diverse voci che hanno dato il proprio contributo,  presenta alcune sfaccettature.
Un primo aspetto  e` lo scopo principale : costruire una visione della Cernusco del futuro attraverso  un nuovo modo di promuovere le attivita` produttive, il lavoro, l’ambiente.  Forse le aspettative dell’incontro erano altre e piu` alte.  Molti avrebbero voluto mettere sul piatto gli aspetti sociali, quelli culturali  o le lacune amministrative delle istituzioni.
Ma analizzare le possibilita` di sviluppo in una ottica di innovazione e di utilizzo delle nuove tecnologie, con lo scopo ultimo di creare “ricchezza” per la citta` sotto forma di opportunita` lavorative e imprenditoriali, mi pare gia` un buon inizio.  
Un inizio promettente, in questi tempi difficili.

C’e` poi un  risultato immediato, gia` tangibile nei pochi incontri avuti faccia a faccia, ma supportati da intensi scambi informativi via Internet.
E` l’aver creato una rete  di conoscenze, di rispetto e di collaborazione tra le persone che anche solo marginalmente si sono  interessate a questa idea,  e questa rete e` destinata ad allargarsi, a includere altri operatori, altre risorse, altri amici.

Ma c’e` un altro aspetto, forse quello emotivamente piu` importante. L’impegno profuso per la Cernusco del 2032 non soddisfa  solo l’ambizione di  fare qualcosa di bello e magari utile per la citta`. Risponde all’esigenza di preparare il terreno per le generazioni future. Vorremmo lasciare loro una citta` bella, dove sia bello lavorare e vivere. Dove si possa cogliere il meglio e si possa lottare perche` tutti abbiano le stesse opportunita`.
I miei figli dormono, guardo il piu` piccolo e penso che  il futuro appartiene a loro. Appartiene a tutti.
L’importante e` costruirlo a partire da oggi.
Nel nostro piccolo, ci proviamo.





Disclaimer: "Il futuro appartiene a tutti" by Nico Acampora

Da leggere anche #CERNUSCO2032: TECNOLOGIA, PRODUTTIVITA', AMBIENTE di Ermanno Zacchetti


Hashtag: #CERNUSCO2032

giovedì 14 giugno 2012

Narrare chi fa l'impresa

In questi tempi di crisi, si parla tanto di innovazione, di creatività, di opportunità da creare specie per le generazioni che si affacciano ora nel mondo del lavoro, ma se da un lato questo è il leit-motiv di una certa cultura dell'impresa, chiamiamola Lavoro 2.0, dall'altra si  assiste ad un tirare i remi in barca che lascia in balia delle onde della crisi migliaia di lavoratori anche qualificati.
Certo è difficile avere punti di riferimento, in Italia. Molti imprenditori che ottengono un qualche successo difficilmente ricevono attenzione al di là della cerchia più specialistica nel Web e nella carta stampata.
E anche quando se ne parla, si tratta sempre di reportage che ne illustrano caratteristiche e successi, difficoltà e diffusione. Raro che si generi, per le donne e gli uomini che oggi "fanno l'impresa" quella letteratura emozionale che avvicina al personaggio e ci permette di identificarci in esso, nel bene o nel male. Difficile insomma che ci sia in Italia chi si cimenta nell'avventura cinematografica di narrare le vicende di uno Zuckemberg nostrano  ( che potrebbe essere Renzo Rosso, o Polegato, o un qualsiasi imprenditore che ha portato il marchio Made in Italy nel mondo).
Fare sì che una bella storia di imprenditoria, o di innovazione, diventi narrazione e susciti emozioni, così come tanto successo hanno le biografie di personaggi famosi, non sempre capolavori, ma in grado di evocare ricordi ed emozioni, potrebbe non  essere solo una furba operazione di marketing.
Può essere che la narrazione susciti  senso di emulazione,  empatia,
Può essere che serva, a qualcuno, per riprendere slancio.
Ci provo anch'io, a narrare.

mercoledì 14 settembre 2011

Raggio di luce

E` un breve racconto su uno dei piu` importanti successi di innovazione degli ultimi anni, e a come si e` giunti alla sua realizzazione. E` tuttavia completamente inventato,  anche se ispirato a fatti e persone reali, ed ha la sola finalita` di sottolineare alcuni concetti legati all’innovazione: l’osservazione della realta`, la serendipity, l’elaborazione creativa ( brainstorm ), il pensiero laterale.



Raggio di luce.

La pareti grigio-azzurre dell’ufficio non erano certo fonte di ispirazione,  men che meno i divisori denim chiaro, nonostante il preteso effetto riposante. Si concentro` sulla parete  di fronte a lui, ricolma di biglietti, post-it, un calendario aggiornato al mese precedente, una serie di disegni dei figli. Nulla che lo aiutasse.
Poso` l’ennesima copia di Quantum Electronics con un sospiro.
Aveva sfogliato una cinquantina di riviste, ora ne aveva abbastanza. Tanti gli spunti interessanti,  ma o erano idee gia` sviluppate o non pertinenti con le competenze del suo gruppo:  la soluzione la doveva trovare altrove.
Si alzo` spostandosi verso la finestra. Il verde reso brillante dalla pioggia recente  toccava dalle cime dei filari di pioppi la gonfia evoluzione delle ultime nubi, che si affastellavano verso l’orizzonte.  Parevano spinte da una forza caotica, che ora le spingeva le une accanto alle altre, ora le organizzava in greggi ordinati.   Profili in continuo, lento movimento segnavano il confine tra il temporale e il sereno.  Un confine tra caos e ordine.
Forse i paradigmi della teoria del caos lo avrebbero aiutato. Eventi catastrofici che stimolano l’evoluzione di un sistema.  All’orizzonte una fila di nuvole scure disegnava un motivo quasi regolare. Un lampo superstite sbianco` una nuvola.  Forse l’energia....
C’era poco da fantasticare: dovevano trovare una nuova idea, ne andava del futuro del gruppo, forse dell’intera azienda.  E doveva essere una idea dirompente, non un semplice aggiustamento, un miglioramento di qualcosa che gia` esisteva. Per questo c’erano gia` i cinesi.
Ma al momento,  i pensieri si muovevano nella sua mente come le  nuvole mutaforma all’orizzonte.
Decise che si sarebbe schiarito le idee facendo una passeggiata.
I colleghi, arrabattati in un progetto tampone tanto astruso quanto inutile, lo osservarono distratti attraversare gli open-space a testa bassa. Non ne erano stupiti, anzi quasi sollevati. Conoscevano l’uomo per i suoi lampi di genio, per le idee che improvvisamente scaturivano come dal nulla, per la tenacia con cui inseguiva un sogno sino al successo o all’evidente impossibilita` di realizzarlo.
Attraverso` il corridoio cercando di non pensare a nulla di quello che aveva letto o su cui aveva lavorato negli ultimi anni. Sapeva che sgombrare la mente  era il primo passo per far scaturire nuove idee.
Scese le scale velocemente, come era solito fare. Ma forse per una piega nella moquette che le rivestiva, forse per lo sguardo distratto a ricercare  punti di interesse o di ispirazione, all’improvviso, sul finire della seconda rampa, il suo piede non incontro` il gradino.
In un lampo, i sensi ripresero il controllo del corpo, una scarica di adrenalina risveglio`  la mente ,  il braccio si appoggio` al corrimano e piedi ripresero il controllo della terra. Stette un secondo in una posizione innaturale, si guardo` intorno per verificare di non essere stato involontario protagonista di una scenetta comica, poi riprese lentamente a scendere.
Mentre scendeva misurava i passi, tastando i gradini, e nello stesso momento meditava sull’accaduto.
Aveva perso per un attimo il coordinamento del corpo, che pero` aveva  subito recuperato, grazie al suo senso dell’equilibrio.
Ma come funzionava, nel corpo, il senso dell’equilibrio?  Riando` alle nozioni imparate a scuola. C’e` l’orecchio interno, e li` dentro i canali semicircolari, con  i recettori di movimento … insomma un sistema in grado di dare al cervello indicazioni sulla  posizione del corpo nello spazio, rispetto al sistema gravitazionale della Terra.
Mentre lentamente camminava  intorno all’edificio, illuminato dal sole radente, lascio` che la sua mente vagasse intorno al concetto  di ’equilibrio.
Si blocco`, quasi accecato da un raggio di sole.
E perche` non replicare il sensore di equilibrio, o di movimento, basandolo su semiconduttori?
Avere un dispositivo che potesse indicare la posizione rispetto al suolo, o il suo movimento, avrebbe potuto  migliorare l’utilizzo di molti strumenti, e magari rendere piu` facile la vita delle persone.  E avrebbe dato senso al lavoro del suo gruppo.
Torno` di corsa in ufficio. Chiamo` un paio di suoi collaboratori ed espose le sue idee.
Ne scaturi` un brainstorming  che lo galvanizzo`. Si sviscerarono concetti di meccanica, fisica dei materiali, autovettori e momenti angolari, tecniche di deposizione e di lamatura. Si intravidero possibili applicazioni e si rallento` l’entusiasmo all’affacciarsi dei problemi tecnici.
Erano tanti da risolvere, e avrebbe dovuto convincere i suoi capi, pure.
Non era sicuro di quello che avrebbe fatto in seguito. Ma avrebbe escogitato qualcosa.

Loris G. Navoni


venerdì 11 marzo 2011

Senza rete

( due success stories senza l'aiuto del web )

Lavoro presso una azienda di alta, altissima tecnologia: quello che esce oggi come prodotto lo abbiamo gia` visto, studiato pensato anni fa. Una azienda all'avanguardia, che si posiziona tra le prime nei suoi settori di mercato. Ma se la vedete dal punto di vista del Web 2.0, il deserto. A fronte di aziende come Intel, con 15 utenze Twitter che io considero ufficiali ( ovvero che recano il logo dell'azienda come immagine) , come Samsung, 13, Texas Instruments 9, tutte le altre con almeno due Twitter login, la mia brilla per assenza.
Stessa cosa per Facebook ( che c'entra FB con il business? c'entra, andatevi a leggere la collana recentemente edita da  il Sole24Ore ). La prima pagina che si incontra cliccando il nome Intel presenta 315.782  'mi piace', Per Texas Instruments 6.640 , Freescale 11.119 , la mia azienda ha solo 10 persone che dicono 'mi piace' ; e il resto delle pagine non e` da meno.
( Qualcuno puo` obiettare che la mia e`una visione periferica, ma se dalla periferia  queste  sono  le skylines, non oso pensare come sia al centro )
Questo in parte si spiega con il modello di business che perseguono i venditori della mia azienda: tallonare i clienti, stabilire con loro un rapporto di fiducia, trovare insieme la soluzione migliore, etc.
Ma e` sufficiente tutto questo?
Se la mia azienda fosse presente in modo massiccio nella rete partecipativa, otterrebbe risultati migliori?
Farebbe piu` business?
Non lo so.

Due fratelli hanno una azienda a conduzione familiare. E` piccola, ma deve dare da mangiare, oltre che a loro, ad altri 4-5 dipendenti.  Si rivolgono  principalmente a imprese edili e altri artigiani.  Settimanalmente uno dei fratelli gira per la Lombardia ( servono altre regioni, ma li` hanno un agente) e dintorni per seguire i clienti, proporre prodotti, negoziare sconti. Senza quella presenza assidua non farebbe affari, i concorrenti sono al varco, pronti a scendere di pochi centesimi sul prezzo unitario, magari a scapito della qualita`, che a volte non sembra essere un valore aggiunto, per conquistarsi la commessa.
Cambierebbe se fossero in rete? Hanno un loro sito, ma funziona solo da vetrina.
Se si creassero  una identita` sociale, probabilmente ne guadagnerebbero in immagine, ma cio` non porterebbe un guadagno in termini lavorativi. Non lavorano nel B2C, i loro non sono clienti finali, orientabili grazie a un brand sapientemente gestito in rete. Il brand se lo sono conquistato sul campo, e con le unghie e con i denti se lo devono conservare, perche` i clienti guardano ai margini di profitto e alla sicurezza della fornitura, non alle pagine web.

Non e` ancora detto che tutto passi dalla Rete. Ci sono le persone, prima.

martedì 7 settembre 2010

La sfida della mente aperta



La mia attivita` lavorativa mi ha portato specie in questi ultimi anni a contatto con aspetti inerenti allo scopo ultimo della mia azienda ( fabbricare componenti elettronici a semiconduttore ) spesso apparentemente molto distanti tra loro.
Con una competenza non strettamente legata ad un particolare ambito ( tecnologico, gestionale, organizzativo ), ho potuto spaziare dalla definizione di regole tecnologiche per la produzione alla identificazione di applicazioni per prodotti innovativi, passando dalla progettazione digitale e approdando alla definizione e fornitura di sistemi collaborativi.
Cercare un senso comune alle attivita` di cui ho fatto esperienza, escludendo la mia idiosincrasia a fare cose che non abbiano, appunto, piu` senso per me, anche a costo di perdere in termini di carriera, non e` stato facile.
MI sono convinto pero` che sono due i fattori di successo nell’ambito di una qualsiasi attivita`, sia essa strettamente lavorativa o che coinvolga altri momenti della vita ( e dove per successo intendo il compimento completo dell’impresa, ovvero una idea funzionante accanto ad una soddisfazione piena di tutti gli attori).
Essi sono da un lato la severa specializzazione in un ambito ovvero la piena comprensione di tutti i suoi aspetti, l’abilita` di risolvere qualsiasi problema si affacci, la perfetta sintonia con l’oggetto del proprio lavoro, in una prospettiva riduzionistica.
Dall’altro lato, e` vincente la visione olistica del lavoro, che si esprime nella comprensione della panoramica nella quale l’attivita` viene considerata. Qui si innesca una interpretazione della realta` , una visione che deve necessariamente andare al di la` delle competenze specifiche per il lavoro che si intraprende. Si rivela importante, ad esempio, non conoscere solo di elettronica o informatica, ma anche di marketing, economia, e di psicologia, oppure di networks, quindi teoria della complessita`, sociologia, etc.
Ho anche osservato che quanto piu` questi due estremi si compenetrano, quanto piu` gli specializzati entrano in collaborazione con quelli che hanno la visione a 360 gradi, tanto piu` il risultato e` coronato da successo.
Questa sinergia, che sino a pochi anni fa impensabile ( la dicotomia olismo-riduzionismo sembrava dover essere rappresentata da un insieme disgiunto nel quale non vi era punto di contatto e nemmeno doveva esserci), e` fortunata conseguenza dell’evoluzione della nostra societa`, e in qualche modo scardina ruoli precostituiti e basati sulla immutabilita` di certe interpretazioni della realta`.
E` necessario pero` che le menti che regolano queste iniziative siano aperte ad ogni contributo, da qualsiasi parte provenga. Basare il proprio sviluppo su preconcetti o sull’autoreferenzialita` ( non solo personale, deleteria in se`, ma anche di gruppo, team, aggregazione) e` una via destinata al fallimento.

giovedì 17 giugno 2010

Perche` parlare di innovazione


L'innovazione in buona sostanza e` l'attivare da parte delle aziende di una serie di azioni volte alla sua sopravvivenza o al guadagno di quote di mercato o ancor meglio al raggiungimento della leadership in qualche ambito di business.
Perche` allora mi occupo di innovazione anche in questo blog, che ha la pretesa ( forse un po' troppo ambiziosa, a dir la verita` ) di capire il mondo e che certo non e` un blog aziendale?
Per due ragioni:la prima e` una questione di sopravvivenza: la mia azienda - STMicroelectronics - e` tra le piu` sensibili ai processi di innovazione ( con questo non vuol dire che li adotti sempre ed in ogni caso... ) e l'abilita` di surfare sulle onde della ricerca di nuove soluzioni per creare possibilita` di mercato e` conditio sine qua non per la sopravvivenza nel mondo del lavoro.
La seconda attiene alle motivazioni piu` profonde del creare idee, si concretizza con la domanda che ho posto anche ai colleghi di un gruppo di discussione su Linkedin: qual'e` il fine ultimo dell'innovazione. Perche` non posso credere che a muovere tutto questo ambaradan ( 47 milioni di voci solo per il termine in italiano trovati da uno dei piu` importanti - non il primo - motori di ricerca) sia il puro profitto economico.
Infatti per questo ci viene in soccorso la definizione, in abbozzo, data da Wikipedia: "Innovazione è un’attività di pensiero che, elevando il livello di conoscenza attuale, perfeziona un processo migliorando quindi il tenore di vita dell’uomo. Innovazione è cambiamento che genera progresso umano; porta con sé valori e risultati positivi, mai negativi. Il cambiamento che porta peggioramento delle condizioni non è innovazione: è regresso."

Non e` necessariamente da prendere come oro colato, infatti i linkediani faticano a trovare una sintesi sui temi dell'innovazione, pure, e` questo che mi attira: la possibilita` di raggiungere un livello superiore non solo di qualita` della vita, ma anche di consapevolezza del mondo in cui siamo immersi, attraverso l'elaborazione di nuove idee, finalizzate a dare nuovi significati agli oggetti che ci circondano e a crearne nuovi.




martedì 24 marzo 2009

Le strategie dell'innovazione 1.1

Quello che ho percepito come prevalente nella (unica per me - oggi e domani continuano gli incontri) giornata dell'Innovation Forum 09 e` lo sforzo di essere ottimisti e di iniettare ottimismo tra i partecipanti.
E` vero, nonstante situazioni come quelle che racconta Kuda qui, e` l'ottimismo il motore prevalente che deve muovere il mondo produttivo, anche se i politici devono avere piu` coraggio e un maggiore senso di responsabilita`.

Diceva Fiorello Cortiana ( invitato ad un panel ) che in Italia vige la cattiva abitudine di non effettuare un "passaggio di consegne" tra le amministrazioni, anche se dello stesso colore politico. Cosi` questa mancanza di continuita` vanifica gli sforzi di amministratori lungimiranti, le cui idee ci avrebbero gia` fatto fare notevoli salti di qualita`.

A proposito di idee, la percezione di innovazione si identifica con novita` tecnologica. Ma il video presentato al Forum, ( tratto da Discovery Channel, indian innovators; qui su YouTube ) per introdurre unstructure.org ( an open discussion platform to discuss and debate action ideas that would aid the evolution of business) dimostra che innovare e` un atteggiamento della mente, piu` che una rincorsa alle tecnologie

venerdì 13 giugno 2008

Motivazioni

Ci sono almeno tre motivazioni che spingono la gente al lavoro ( in particolare, più genericamente si può parlare di impegno) :
il guadagno di una somma di denaro per vivere;
la sensazione di fare qualcosa di utile alla comunità;
la speranza di dare un senso alla propria esistenza;

Sono tre aspetti sempre presenti, in misura diversa, in ognuno di noi.
Dovrebbero compensarsi armonicamente perché la vita sia completa. Purtroppo questo non avviene quasi mai.
Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.