domenica 24 dicembre 2017

La notte di Yousef



Yousef era esausto. Aveva camminato tutto il giorno e gran parte della notte, vagando affannosamente alla ricerca di un riparo soprattutto per Myrhiam, ormai gemente per i dolori del parto.
Una capanna, solo una capanna di pastori avevano trovato, messa loro a disposizione, mentre quegli uomini rozzi ma gentili avevano pernottato all’aperto.
Dopo che Myrhiam ebbe partorito, gli fu mostrato il bimbo. Un bel neonato che strillava al mondo il suo arrivo. Niente di particolarmente strano, niente di santo.
Era dunque questo minuscolo essere che avrebbe dovuto chiamare Yeshua, Yahweh che salva ?
Ebbe appena il tempo di ammirarlo e di stringere forte la mano della sua sposa.
Lei gli ritornò un sorriso affaticato e uno sguardo, lo stesso che lo aveva fatto innamorare, quando l’aveva notata la prima volta alla Festa delle Capanne.
Fu sbrigativamente allontanato dalle donne che avevano assistito al parto e e preso in consegna da un gruppo di pastori. Lo avevano rifocillato e con lui avevano festeggiato il nuovo nato.
Intorno al fuoco fecero girare un otre di vino con miele, e con molte allusioni brindarono al  nuovo padre.
Inebriato e confuso, i pensieri vagavano tra l’euforia della nascita, la preoccupazione per il futuro, i dubbi sulle decisioni prese.
Ricordava la gioia degli incontri con Myrhiam, le sere addolcite da tramonti che si spegnevano nei suoi occhi scuri, la felicità per le nozze imminenti …
Poi l’annuncio di quel bimbo nel grembo. Myrhiam glielo aveva detto guardandolo negli occhi, orgogliosa, aveva  tenuto testa a tutte le sue domande, alla sua rabbia. No, non era lui il padre del  bambino, ma Myrhiam non aveva conosciuto altro uomo. E come era possibile?
Un messaggero del Signore? Non si era mai udito. Perchè proprio a lei ? Non aveva risposto.
Aveva urlato, l’aveva minacciata. Ma lei ferma, impassibile, le mani sul ventre a proteggere la creatura che maturava in lei dalla veemenza di Yousef.
Quella notte, e molte altre dopo, il sonno non si era impadronito della sua anima agitata.
Egli le voleva troppo bene, la sua rabbia si era trasformata in rassegnazione, ma non poteva tenerla con sé. L’avrebbe allontanata, ma in segreto.
Quando giunse a quella decisione, si lasciò vincere dalla stanchezza e finalmente riuscì a dormire.
E sognò.  Dapprima sognò Myrhiam, che si allontanava da lui, egli voleva raggiungerla, ma era legato a un giogo, come un animale, come un mulo era costretto a girare la ruota di un mulino, e a ogni giro vedeva la sua sposa allontanarsi sempre più  e la sofferenza in lui si faceva sempre più grande.
Poi un essere  splendente, dalle vesti candide entrò nel suo sogno e gli parlò.
«Yousef, figlio di David, non temere di prendere con te Myrhiam, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Yeshua: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.»
Chi era quell’essere ? Parlava a nome di Dio ? Come poteva credergli ?
Il mattino dopo, Yousef era andato in sinagoga e aveva chiesto consiglio su come porsi rispetto ai segni che l’Altissimo ti poneva dinnanzi. 
Il sacerdote, intuendo l’inquietudine di quell’uomo, rispose che di fronte ai misteri di Dio  non si può fare altro che chinare il capo e pregare.

«Dov’è il bambino?»
La voce cavernosa proveniva oltre l’alone di luce del fuoco. Più di un pastore ebbe un sussulto e guardò preoccupato verso il punto da cui era giunta quella domanda.
Yousef si riscosse dal dormiveglia. Soldati?  Addetti al censimento? Com’era possibile che avessero già saputo del bambino? Non fece in tempo a riprendersi, che il tono cavernoso si fece appena più gentile.
«Dov’è il bambino che è appena nato.»  L’autore della domanda si avvicinò al fuoco.
Era un gigante, forse Goliyat tornato dagli inferi, ma giovane come lo era David. Misurava almeno quattro cubiti, e le sue spalle occupavano altrettanto spazio. Ed era un soldato romano.
Qualcuno intorno al fuoco mise mano al coltello.
Il gigante allargò le mani, a mostrare che non portava armi, e si mise a narrare.
«Ero appena uscito dalla taverna, non avevo bevuto molto. Mi trovo davanti un giovane dalle vesti bianche, che mi sorride. Provo a scansarlo, ma mi sembra di afferrare l’aria. Egli mi sfugge. Poi mi dice, sempre con il sorriso “Amico, ti devo  dare un annuncio. È nato un bambino.” Io alzo le spalle. Ne nascono tanti di bambini, e molti ne muoiono, è la vita. Ma quello prosegue. “Longino! Egli è nato anche per la tua salvezza. Sei chiamato ad avere un ruolo nella vita di quel bimbo. Ora vai, lo troverai dove più misera è la vita e più fredda è la notte."   Non ricordo cosa feci dopo. Mi sono ritrovato qui con in testa il solo pensiero di trovare quel bambino.»
Con riluttanza, Yousef rispose.
«È qui. È mio figlio.»
Nel dirlo, Yousef si sentì investito del compito che negli anni a venire lo avrebbe occupato per tutte le ore libere dal lavoro. Avrebbe accudito quel figlio, lo avrebbe protetto, gli avrebbe insegnato le Sacre Scritture, sarebbero insieme andati in Sinagoga e insieme avrebbero faticato, assaporato il sudore del lavoro, il profumo del legno e della pece.
Lo avrebbe cresciuto affinchè diventasse uomo.
E tutto l’orgoglio si tradusse in quella risposta.
«È mio figlio.»
Non il figlio di Dio, che così si sarebbe rivelato nel tempo.
Non un figlio bastardo, frutto di un concepimento in cui lui non aveva preso parte.
Non un figlio trovato,  piantatosi davanti al suo cammino per quella sorte che gli uomini di Israele ritengono essere spesso avversa nei loro confronti.
Un figlio. Suo figlio.

Il brusio intorno al fuoco era aumentato. C’erano molte persone. Qualcuno si rivolgeva a lui, anche se Yousef non era certo di comprendere tutto quello che diceva.
«Mi è apparso un Angelo, era un Angelo del Signore, ti dico. Non mi ha parlato, ma ho subito capito che dovevo venire qui, che qui è nato colui che sarà Re d’Israele. »
«C’era un ragazzo, me lo sono trovato seduto accanto a me.  Si è alzato e mi ha preso per mano, portandomi qui. Ma ora è sparito. »
«Noi abbiamo sentito come un coro di voci, no, non erano  voci  di pecore, che a volte paiono belare all’unisono. Le abbiamo sentite distintamente, cantavano Gloria nell’alto dei cieli. »
Le parole si sovrapponevano, alcuni lasciavano accanto alla capanna dei panni, ceste che si colmavano di cibo.
Yousef era stordito. Strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci. Tutti si congratulavano con lui, il padre che padre non era, ma che lo sarebbe diventato.
La porta della capanna si aprì, uscì Myrhiam, con in braccio un fagotto, che  porse a Yousef con uno sguardo carico d’amore.
Il volto del bimbo era sereno, ignaro del ruolo che avrebbe avuto nel mondo.
Lo avrebbero chiamato Yeshua, come aveva ordinato l’angelo.
Yeshua, Dio salva.
Egli lo sollevò in alto, per mostrarlo a tutti, e un’ovazione esplose tra la folla.

Una intuizione nacque in Yousef. Non era tanto importante essere certo della provenienza di quel figlio cresciuto nel ventre di Myrhiam.
Il vero mistero era un’altra domanda. Una domanda alla quale né i sacerdoti, né i saggi sarebbero riusciti a dare risposta sincera, ma che quel bambino che oggi era suo figlio avrebbe incarnato nella sua vita.
Una domanda semplice e profonda.


Da dove veniva tutto questo amore ?

venerdì 25 agosto 2017

Complessità, estetica, amore

Appunti di viaggio


In questi giorni di vacanza sarà capitato a molti di ammirare opere d’arte e d’ingegno, sia architettonico che ingegneristico, e di provare un qualche grado di emozione.
Più l’artista è stato bravo nella ideazione e nella realizzazione dell’opera, (cioè se l’opera riflette in modo chiaro e efficace l’idea iniziale dalla quale è scaturita), più l’emozione è grande.
Inoltre, solitamente una maggiore complessità del linguaggio espressivo determina un maggior sforzo di interpretazione ( per questo è utile l’ausilio di guide cartacee, multimediali o in carne e ossa).
Risolto questo sforzo, la mente prova soddisfazione per il raggiungimento di un risultato e questo stimolo positivo verrà sempre associato a quell’opera d’arte.
Del resto la complessità può essere caratteristica di un rapporto amoroso.
Si può certamente apprezzare una persona per la sua bellezza o per qualche caratteristica speciale (essere fan di Usain Bolt per le sue performance atletiche o di Katy Perry per le sue canzoni oltre che per la sua avvenenza), ma si ama una persona nella sua completezza e complessità, cosa difficile da cogliere attraverso i media.

Confrontarsi con un opera d’arte costringe a mettersi in relazione con l’autore, abbattendo la distanza temporale tra lui e noi. Interazione che è tanto più importante quanto più lo è l’opera che stiamo ammirando. In questi casi è come se si svelasse la complessità del pensiero dell’artista, come se si mostrasse senza pelle, senza protezioni. E si resta sgomenti di fronte a tanta grandezza.
Lo ho provato qualche anno fa al cospetto della Nike di Samotracia, o di Amore e Psiche di Antonio Canova, lo ho provato poche settimane fa nella basilica della Sagrada Familia. Essa si apre ai nostri occhi come un vero e proprio faro, un enorme rappresentazione  del mondo esteriore a spiegazione del mondo interiore, spirituale.

Ci si sente avvolti, protetti dalle linee ardite e complesse delle colonne e delle volte, sorpresi dalle geometrie insolite, ma allo stesso tempo proiettati nel mondo, collegati con tutti gli uomini della terra mediante i grandi flussi di luce che invadono gli spazi interni, si  espandono  rimbalzando sulle pareti, sugli archi, frangendosi sulle cortine e sui cordoli, riflettendosi sulle ceramiche.
E tutto questo è specchio del pensiero profondo dell’architetto Antoni Gaudì, che è stato in grado di renderlo universale attraverso un linguaggio comprensibile a tutti.

Esporsi alla bellezza moltiplica  la nostra percezione, espande i limiti della nostra coscienza oltre che della conoscenza, trasforma le informazioni in emozioni. Sta a noi alimentare questa percezione e farne strumento utile nel vivere quotidiano.


mercoledì 9 agosto 2017

Ogni cosa è collegata


Prendo in prestito, parafrasandolo, il titolo di quel libro di Jonathan Safran Foer  ("Ogni cosa è illuminata") che giace  ancora sul mio comodino, surclassato da altri che mi hanno con più forza attirato.
A prescindere dalla mia scaletta di lettura, anche questo libro affronta il tema delle relazioni. Il protagonista, "l'eroe", cerca in Ukraina le radici della propria famiglia, e così facendo condivide la sua esperienza di ricerca con rocamboleschi personaggi che dovrebbero fargli da guida. Un intreccio di relazioni del passato che suscitano il mettersi in gioco di oggi , e le relazioni che ne derivano.
( Digressione: anche in "Cloud Atlas, Atlante delle Nuvole, di David Mitchell per certi versi, si tratta il tema citato dal titolo di questo post )
In effetti trovo il tema della relazione in ogni documento in cui mi imbatto. Di Rovelli e della descrizione della realtà fisica dello spazio-tempo come conseguenza di quanti di energia che sono in relazione tra loro  ho già parlato qui.
Ma anche l'ultimo libro letto, La saggezza degli alberi, di Peter Wohlleben, contiene una importante rivelazione per chi come me, pur amandoli e in grado di riconoscerne qualche specie, è sostanzialmente analfabeta in fatto di biologie e etologia degli alberi.
Essi comunicano con un linguaggio articolato e complesso, fatto di molecole  odorose come reazione ad aggressioni, che vengono avvertite dai cospecifici sottovento, radici intrecciate che scambiano sostanze. cambiamenti nella chioma in risposta a eventi atmosferici. Di queste informazioni traggono vantaggio non solo i cospecifici, ma anche altre essenze vegetali e molti degli organismi animali che vivono , letteralmente , all'ombra degli alberi. Pure gli uomini, quelli esperti, che conoscono il linguaggio degli alberi, traggono informazioni utili, ad esempio alla manutenzione del bosco.

L'informazione si trasmette da una specie all'altra e ogni essere deve mettere in relazione quell'informazione con le sue necessità e con la conoscenza pregressa.

La conoscenza stessa è relazione. Ogni elemento  informativo viene messo in relazione con gli altri affinchè si possano sviluppare considerazioni  di buon senso, osservazioni della realtà o leggi fisiche.

Le idee stesse nascono dalle interazioni. Non sono pensieri della nostra mente che indipendentemente da tutto o a fronte di profonde riflessioni, si manifestano improvvisamente facendoci esclamare "Eureka!" come il buon Archimede.
Come afferma  Steven Johnson nel suo  Dove nascono le grandi idee, "la fortuna arride alla mente interconnessa".
Nella storia dell'umanità le grandi scoperte e invenzioni sono frutto di un laborioso  rimescolamento di conoscenze, di collaborazione tra individui, enti, organizzazioni, a volte voluta, più spesso inconsapevole. di scambi di informazioni.
Dettagli prodotto

Nella sua esposizione, l'autore esamina l'evoluzione delle idee vincenti  in base ad alcuni concetti, tra cui:
  • l'adiacente possibile, ovvero i limiti di ogni processo evolutivo, per cui non puoi passare direttamente da un organismo unicellulare ad un elefante, così come non puoi inventare la ruota e il giorno dopo essere in grado di progettare una Ferrari. In  questa ottica un  pensiero nuovo poggia su basi consolidate, raramente può fare "salti";
  • la rete liquida, un ambiente in cui siano possibili molte interazioni favorisce la nascita di idee, come il brodo primordiale ha favorito la nascita degli aminoacidi della vita;
  • exattazione,  una caratteristica nata  per un determinato scopo viene utilizzata per un'altra funzionalità ( le penne, nate nei rettili per mantenere il calore corporeo, diventano  strumenti per il volo, il torchio usato per la spremitura dell'uva diventa strumento indispensabile per la stampa);
Computer e rete, inoltre, (essi stessi frutto di grandi idee nate da interazioni di menti, concetti, situazioni, oggetti) hanno in questi tempi recenti dato la possibilità di moltiplicare la capacità umana di ideare nuovi scenari, immaginare nuove invenzioni, fare nuove scoperte.  A patto di tenere la mente bene aperta.

Tenendo conto di tutto questo, aumentare la consapevolezza che  ogni cosa è collegata, che il pensiero si  poggia sulle "spalle  dei giganti" di ieri, ma anche sugli uomini di oggi  amplia e migliora la considerazione che si ha  del mondo.                    




martedì 27 giugno 2017

Società, comunità, teatro

Credo che una società possa dimostrarsi evoluta, possa esprimere veramente valore se è in grado di (creare le condizioni per) sviluppare e coltivare comunità, promuoverle e farle diventare motore di cambiamento.
L'aggregazione dei singoli in comunità  è speculare alla evoluzione di sistemi complessi, per cui il tutto è maggiore della somma delle parti.
In altre parole, una comunità numerosa (e in qualche modo motivata) dispone delle risorse che le permettono di realizzare opere (dalle Piramidi alla conquista dello Spazio, alla codifica di leggi sempre più democratiche) che uno singolo o pochi individui non potrebbero nemmeno concepire.


Il nostro substrato genetico è portatore dell'imprinting sociale: apparteniamo a una sottofamiglia di primati ( che condividiamo con Gorilla, Scimpanzè, Bonobo), che ha tra le spiccate caratteristiche etologiche quella di vivere in comunità ( tribù) di decine di individui.
Incisioni rupestri in Val Camonica: testimonianza di comunità antiche

Abbiamo imparato a espandere il cerchio oltre l'ambito familiare e delle conoscenze dirette,  creando villaggi, città, nazioni;  ci siamo aggregati secondo credenze, culture, passioni;  a diversi livelli, abbiamo provato un senso di appartenenza, così forte che ancora adesso prevalgono campanilismi e separatismi, oggi che non è più necessario prevalere  sull'altro per sopravvivere.

Per contro, esiste forte nell'uomo anche il senso di individualità, il bisogno di prevalere ( che equivale ad avere maggiori possibilità di sopravvivere e di perpetuare il proprio corredo genetico).

Recentemente, in occasione del  confronto elettorale, abbiamo  assisistito alla apoteosi  dell'individualità: molti candidati, o sostenitori  si sono attivati spinti più dal bisogno di prevalere  e di imporre la propria visione che da quello spirito di servizio così necessario affichè  la politica non si  corrompa in  interessi particolari.
E' facile considerare che, ove prevalgano gli interessi di pochi, non si presterà attenzione ai bisogni di tutti, minando così le basi della comunità, che è tale proprio perchè "mette in comune" risorse, impegno, interessi, aspettative.
Quarto Stato di Pellizza da Volpedo - Una comunità che si muove


Fondamento della costruzione delle comunità più ampie, quelle civili e professionali, quelle nazionali o internazionali, è l'esperienza che ognuno di noi fa nelle primarie comunità di riferimento, in primis la comunità familiare, poi quelle scolastiche, sportive, sociali.
Il ruolo di organizzazioni quali gli oratori o i Centri di Aggregazione Giovanili, o i gruppi Scout, che più di altri hanno una mission educativa nei confronti dei minori e dei giovani,  per la loro stessa natura sono strumento fondamentale per generare quel senso di appartenenza, di condivisione, di partecipazione che sono i fondamenti per la vita sociale.

Come quindi non tenere in considerazione  gli sforzi e i risultati ottenuti da un nutrito gruppo di giovani e adolescenti, che hanno partecipato, collaborato, lavorato spesso sacrificando il proprio ego a favore del gruppo, nella realizzazione di un evento che ha anche lo scopo intrinseco di servire (in senso culturale) una comunità?


Una trentina di giovani e adolescenti, accompagnati da un manipolo di adulti, hanno messo in scena una versione del musical "Madre Teresa" di  Michele Paulicelli, offrendolo in due serata "sold out" in Agorà.  Avendo due figli parte attiva di questo gruppo, ho potuto percepire la crescita del senso di appartenenza, dell'afflato verso un obiettivo comune, dello spirito di servizio che è via via cresciuto in loro,
Sono certo che in ogni organizzazione educativa, in occasione di un evento particolare, si può percepire questo.

Come non confidare che domani questi giovani saranno in grado di costruire comunità?





venerdì 9 giugno 2017

Elogio della debolezza: gli Hobbit di Tolkien come metafora dell'uomo comune

"In un buco nella terra viveva un hobbit"

Questo famoso incipit, da Lo Hobbit, introduce i piccoli uomini nelle vicende che si dipanano in tutto il romanzo e nel ben più corposo "Il Signore degli Anelli", realizzati dal filologo John Ronald Reuel Tolkien.
E' una razza di uomini insignificante e anche se Tolkien si è sempre sforzato di nobilitarne l'immagine è facile accomunare la parola Hobbit a rabbit ( "coniglio" in inglese). Per di più sono quasi sconosciuti  alle altre razze della Terra di Mezzo, Elfi, Nani, Uomini, Ent e Orchi, Troll, Vagabondi, Mannari
Dal canto loro, vivono sereni nella Contea, del tutto ignari  degli avvenimenti e delle guerre scatenate dalla brama di Sauron, cui è stato sottratto l'anello del Potere, con il quale avrebbe dominato.

Vi possono essere metafore  nelle storie della Terra di Mezzo? 
Malgrado Tolkien si schermisse, è evidente che il mondo da lui inventato è specchio dell'Europa del suo tempo, che lui oltretutto aveva vissuto dolorosamente nelle trincee della Grande Guerra,  con la grande minaccia del nazismo, l'esaltazione delle nazioni e delle razze, le tecnologie asservite più alla guerra che al bene.

A tutto questo gli Hobbit rispondono con la loro semplicità. Non si occupano di politica, se non di quella strettamente locale, non impugnano armi ( in quasi duemila anni di storia solo per due volte dovettero ricorrervi), non amano avventure e esplorazioni.
Sono l'esatta metafora dell'uomo comune, che vive di prospettive minime e di soddisfazioni limitate.


Ma questi piccoli esseri sono chiamati ad una impresa apparentemente molto al di sopra delle proprie possibilità e per la quale i rappresentanti delle altre razze  si tirano indietro, troppo coinvolti nella ricerca di potere da opporre al male di Sauron.
Ma il potere dell'Anello non sembra avere  ancora influenzato Frodo, che si rende disponibile a portarlo nel monte Fato, per distruggerlo.

"Prenderò io l'Anello - disse - ma non conosco la strada"
Elrond levò gli occhi e lo guardò, e Frodo si sentì  il cuore trafitto dall'improvvisa acutezza dello sguardo. "Se intendo bene tutto quel che ho udito -disse - credo che codesto compito sia destinato a te, Frodo; se non trovi tu la via, nessun altro la troverà. E' giunta l'ora del popolo della Contea, ed esso si leva dai campi silenziosi e tranquilli per scuotere le torri e i consigli dei grandi.

Scatta allora la solidarietà, inaspettata, degli amici un po' incoscienti ma che non abbandonerebbero mai per niente al mondo Frodo

"Ma allora non hai capito - disse Pipino -  Tu devi partire, perciò dobbiamo partire anche noi. Merry e io veniamo con te. Sam è un'ottima persona, e salterebbe nella gola di un drago per soccorrerti, se non inciampasse nei propri piedi; ma avrai bisogno di più di un compagno nella tua pericolosa avventura."

Ecco che i pigri e gaudenti Hobbit per amore di un amico, per orgoglio e per un senso di responsabilità che in fondo è anche timore di perdere quanto di bello hanno nella Terra di Mezzo, soprendono i Grandi per la loro intraprendenza. 
Sovente i Grandi della terra devono fare i conti con la determinazione e il coraggio degli ultimi,  a cui pare molto più chiara la differenza tra il bene e il male.

Tuttavia la vicinanza al Potere, corrompe.
Proprio nell'ultimo atto, la volontà di Frodo vacilla.

"Sono venuto - disse- Ma ora non scelgo di fare ciò per cui sono venuto. Non compirò quest'atto. L'anello è mio!" E improvvisamente, infilandoselo al dito, scomparve alla vista di Sam.

La lusinga del Potere colpisce anche i più puri tra i cuori della Terra di Mezzo.
Ecco dunque intervenire il Fato, o l'Assoluto, nella persona di Gollum, che sottrae l'Anello a Frodo in modo cruento, compiendo l'ultimo atto.

"Tesoro, tesoro, Tesoro! - gridò Gollum - Mio Tesoro" E mentre pronunciava quelle parole, con gli occhi rivolti verso l'alto, gongolanti di gioia alla vista della sua conquista, mise un piede in fallo, inciampò, vacillò un istante sull'orlo e poi precipitò con un urlo.Dagli abissi giunse il suo ultimo lamentevole Tesoro! ed egli scomparve per sempre.

Ove non riesce l'uomo, interviene il destino, o Dio.

Con quest'ultimo atto non si vuole sminuire il cammino di consapevolezza, oltre che di sofferenza, che Frodo, come semplice uomo, compie, ma aggiungere a questo la valenza di contestualità nella quale siamo immersi. Siamo nel nostro tempo e dobbiamo agire in esso.

"Altri mali potranno sopraggiungere, perchè Sauron non è che un servo o un emissario. ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi."





martedì 23 maggio 2017

"La tentazione di essere famiglia" ovvero "Voglia di tenerezza"

E' stato un periodo, questo, in cui io e mia moglie Gabriella ci siamo confrontati mediaticamente  (al cinema e  nella letteratura) con molti temi legati alla famiglia.
va beh, non siamo noi...
Nelle serate gentilmente concesseci dai nostri figli (!), abbiamo assistito alla proiezione di, in ordine sparso:
"Mamma o Papà?": leggera commedia - troppo leggera, direi superficiale -  su separazione e figli, con finale consolatorio;
"Moglie e Marito": fantascientifico scambio di genere in una coppia in crisi, stereotipi smascherati e risate autoironiche sessiste ( nel senso che ognuni ride delle manie e dei vezzi del proprio sesso);
"Lasciati andare": Psicanalista ebreo cinico e annoiato, quasi separato, incontra spumeggiante e malandrina personal trainer, che lo schioda dalla stasi e gli fa apprezzare di nuovo la vita;

"Famiglia all'improvviso, istruzioni non incluse": tenera e appassionante avventura di un padre suo malgrado;

"La tenerezza":  drammatico doppio affresco sulla genesi della violenza domestica e sulla solitudine.

E' su questi ultimi due che mi vorrei soffermare. Il primo vede la rocambolesca costruzione, mediante l'esplosiva fisicità del bravo Omar Sy, di una famiglia non convenzionale. Tra lacrime e risate, propone interrogativi su quale sia il vero cuore pulsante di una famiglia.
Il secondo, tratto (un po' troppo) disinvoltamente dall'ottimo libro di Lorenzo Marone, "La tentazione di essere felici." ci mostra invece come questo cuore pulsante possa essere infranto, perchè bellissimo ma fragile.
Da diverse angolazioni, tutte queste opere credo intendano ribadire che è insita nell'uomo la voglia di famiglia, di rapporti di tenerezza con "altri"  da sè.  Ed è solo soddisfando questa esigenza nel senso più alto possibile ( rispetto, attenzione, amore, appunto) che ci si realizza in pienezza.

Spazio, tempo, materia, energia, informazione => interazione

Propongo qui  una apparentemente ardita comparazione.
Carlo Rovelli, nel suo magistrale Sette brevi lezioni di fisica  illustra il mondo fisico come " un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire contonuo di effimere entità" e  propone una teoria ( Teoria della gravità quantistica a loop) che designa come componente fondamentale un oggetto minuscolo "loop" che racchiude una certa quantità di energia e che non esiste in se, ma in relazione con i suoi simili con i quali interagisce. Questi loop non occupano lo spazio, ma sono essi stessi spazio,  non agiscono nel tempo, ma "sono essi stessi la sorgente del tempo". Quindi Rovelli  si domanda: " Dobbiamo accettare l'idea che la realtà sia solo interazione?"

Non è forse vero questo anche in senso psicologico? L'evoluzione ha portato  a rendere indispensabile l'interazione tra gli esseri umani, per sopravvivere dapprima, poi per migliorare sempre più la propria condizione.  Questo ha influito sulla identità di ogni singolo uomo.
Noi esseri umani, non siamo "reali" se non quando interagiamo con gli altri, quando entriamo in relazione?
E quanto più la relazione è profonda, piena, tanto più ci sentiamo arricchiti, godiamo della pienezza di senso della nostra vita.
E le azioni, e gli errori che inevitabilmente talune azioni comportano, non sono altro che tentativi di arricchire relazioni, scoprirle, rinnovarle.
Siamo assaliti in ogni momento dalla tentazione di essere innamorati, essere  coppia, essere famiglia, vivere una relazione che sia senso al nostro vivere.
E'  una tentazione bella, alla quale però non sempre siamo in grado di rispondere.

Ma non per questo non dobbiamo provarci.


sabato 6 maggio 2017

La parola trova spazio

"Quando il cielo baciò la terra nacque Maria"

La parola trova spazio. lo ha trovato nello spazio del Santuario di Santa Maria in Cernusco, ove per un breve intervallo la Parola (di Dio) ha ceduto lo spazio, il suono, l'attenzione alle parole della poetessa.
Arianna Scommegna, con il background sonoro della fisarmonica di Giulia Bertasi, ha tessuto un manto con le parole del Magnificat di Alda Merini, un manto che rivela e racchiude la vita e la personalità di Maria, madre di Dio. Personalità non supina alla volontà di Dio, ma ansiosa di capire il mistero dell'incarnazione, il senso del dono di una vita destinata a diventare dolore. Con le parole sussurrate, enfatizzate, sbiascicate, intrecciate, urlate, Arianna ci ha donato un'ora di intensa emozione che togliendo di mezzo l'ipocrita coreografia di una adolescente succube degli eventi , ha mostrato una donna vera,  che non si piega alla volontà di Dio senza conoscere, parola per parola, il suo progetto.
credit: Libreria del Naviglio

La parola trova spazio nella vita dell'uomo, lo separa dalla altre creature. Dio comunica con l'uomo e con il creato attraverso il Verbo (il primo verbo riferito a  Dio è disse, non pensò o creò, ma dire, ovvero emettere una parola).

Il segno grafico della parola scritta occupa uno spazio nella pagina.  Il valore delle parole rispecchia una diversa collocazione spaziale.  La parola è anche immagine,
Lo avevano capito i futuristi, che destrutturano la separazione tra immagine e letteratura.  Lo sanno i poeti, che torturano la lingua sino ad estorcere la giusta parola, nel giusto posto, al giusto momento. E' evidente nella progettazione della comunicazione , ove a volte una parola assume essa stessa la connotazione di simbolo ( si pensi a STOP, EXIT ), o è necessario che la parola occupi una posizione ben definita e con una resa grafica appropriata, come nelle pagine web.


Anche se non è connaturata in noi, essendo il linguaggio un elemento culturale e non naturale (mentre è naturale la nostra capacità di emettere e comprendere suoni, così come riconoscere immagini), la comprensione della parola scritta ci segna così fortemente che ne comprendiamo il significato anche nell'inconscio, come hanno dimostrato alcuni esperimenti.
La parola registra la storia, le scienze, e ca va sans dire, la letteratura. 

La parola veicola le emozioni, riempie lo spazio della nostra mente. 
E del cuore.





giovedì 27 aprile 2017

Stavo leggendo Jonathan Safran Foer, ma poi ho incontrato Niall Williams...

          



Raramente corro a acquistare l'ultimo best seller annunciato. Di solito mi prendo un po' di tempo, specie se conosco poco l'autore.  Così ho fatto per "Eccomi" di Jonathan Safran Foer. Di lui mi aveva incantato "Molto forte, incredibilmente vicino" storia di un ragazzino orfano di padre a causa dell'attacco alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001. Un modo di scrivere controcorrente, molto visuale, grafico.  Prima di passare all'attesissimo libro uscito lo scorso anno e per il quale erano state spese tonnellate di parole, ho voluto tastare il polso a JSF leggendo il suo primo romanzo, "Ogni cosa è illuminata".
L'inizio è rocambolesco: la ricerca delle origini in Ucraina del protagonista narrate da un ucraino che parla inglese ( italiano nella traduzione) in modo stralunato.
Stavo proseguendo nella lettura, a cui dedico meno tempo di quanto vorrei, quando mi sono imbattuto in un libro di cui avevo sentito parlare in toni entusiastici. Storia della pioggia, di Naill Williams.
Storia della pioggia di [Williams, Niall]
E' bastato leggere alcune frasi nella prima pagina, e me ne sono innamorato.

"Non so se il tempo arrugginisce o lucida l'anima dell'uomo, 
se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi
 o mantenere in vita quelli che raccontiamo."

Citando i titoli della libreria di suo padre, che  nella forzata immobilità ha consumato interamente, la ragazza narrante traccia la storia di una famiglia piuttosto comune, irlandese ma non troppo. Io non amo molto i romanzi famigliari, corali, dove è facile perdersi ( avete presente quanti Buendia ci sono in "Cent'anni di solitudine" di Garcia Marquez? ), ma qui si  VEDE l'Irlanda, il fiume Shannon, i campi eternamente umidi dalla pioggia incessante.   Sulla quarta di copertina questo libro è presentato come un inno al potere curativo dei libri che sorprende per l'originalità con cui svolge l'antico tema del legame tra letteratura e vita.
Non so se i libri abbiano veramente un potere taumaturgico. Di certo in essi trovi mondi con i quali confrontarsi, dai quali cogliere il meglio per essere noi stessi migliori.


Perchè leggo

Se leggo, è perchè voglio capire. 
Se apro un libro, è perchè voglio immergermi in un mondo, immedesimarmi in un personaggio, apprezzare una storia.

Se fosse possibile, andrei ad ascoltare tutti gli esperti del mondo, alle conferenze, alle lezioni.
Seguirei gli esploratori nei loro viaggi, gli avventurieri nelle loro imprese.
Ma non è possibile.
Per questo leggo.
Dai libri, dai giornali, dalle pagine web. Non importa dove. Importano le storie, importa la conoscenza. Dei libri, amo il contenuto.


(Poi certo, riprenderò a leggere JSF )

martedì 11 aprile 2017

Cerco la Lingua

La bella occasione che ho avuto di contribuire alla Maratona di Narrazione che si è tenuta a Gorgonzola sabato 8 aprile, organizzata dall'associazione teatrale Fuoritempo, mi ha dato modo di riflettere su quale suono dare alla voce, quale linguaggio usare quando si vuole comunicare.


Dovevo infatti riprendere un vecchio racconto, concepito appunto per essere letto e valutare (imparare)  come darne la dinamicità sufficiente affinchè potesse essere narrato. Non sono in grado di giudicare se il risultato abbia poi corrisposto alle aspettative, sono parte in causa; certamente è stato un bell'esercizio.

Il fatto è che per comunicare in modo opportuno non si può usare una sola voce, una sola lingua.
Ci rapportiamo in modo differente se spieghiamo una cosa a un bambino o ad un adulto. Se introduciamo un concetto scientifico a un tecnico o a un umanista.
Inoltre, in  base a che emozioni vogliamo suscitare, o che immagini evocare, è opportuno utilizzare diversi registri stilistici.
Spesso capita che alcuni autori ( scrittori, ma anche musicisti, registi, altri tipi di artisti)  vengano perfettamente identificati con un particolare stile, che usano in ogni loro opera.  Si assiste poi al fenomeno della fidelizzazione: il pubblico si appassiona a quello stile e vi si affeziona, tanto che se l'autore sperimenta altre strade,  alcuni tra il pubblico lo abbandonano in quanto "traditore" di un particolare stile di comunicare.
Vista l'esiguità del mio pubblico, non ho di questi problemi.

E dunque cerco la lingua, la cerco nelle esperienze, la cerco nei ricordi, mi metto in gioco, mescolo i paradigmi della comunicazione professionale ( per sempre grazie a Luisa Carrada, che insegna a pulire, lucidare la comunicazione sino a che ne appaia l'essenza), e mi diverto a sperimentare.
Il frammento di racconto che segue delinea i pensieri di qualcuno che sta facendo jogging ( con fatica) e regola il pensiero e il respiro in base al ritmo della corsa.


La vite canadese ha abusato dell’ospitalità  delle robinie pallide pallide come questo sole  di un giallo appena accennato proprietà privata vietato l’accesso forse a piedi è consentito ho il cuore in gola  devo resistere me lo hanno detto che le prime volte è dura poi ti fai il fiato. E vai.
Quei fiori sembrano colorati con l’evidenziatore chissà che fiori sono non c’è nessuno qui ho visto solo un paio di persone eppure è un bel posto per fare jogging  a parte quel pattume  buttato un po’ dappertutto.
C’è umidità lo si vede dall’orizzonte carico di foschia e lo sento anch’io mi manca il fiato non respiro manca l’aria ancora poco poi mi fermo forse è meglio continuare ecco magari rallento.


Devo resistere non vorrai mica mollare la prima volta che fai una corsa il dottore dice che dovrei fare almeno  due tre ore di corsa la settimana però mi ha detto di non strafare si può iniziare con una mezz’ora ogni volta.

In un altro caso , ho sperimentato il dialetto (lombardo occidentale, nel mio caso)  per descrivere i pensieri di una signora anziana, di quelle "autoctone" lombarde, che mai avrebbero pensato in italiano. Ho dovuto scavare nei ricordi dei modi di dire dei miei genitori e nonni, per rendere veritiero il racconto
I  basej de questa gesa hinn semper pussè difficil de faa. 
Una volta entravi chi denter drissa 'me un fus. 
Adess són tuta storta, fò fadiga a vegnì fin chì da cà mia.
Fa fregg incö. Al senti in di oss.
Gh’è poca gent, in gesa a quest'ura. Dumè on quaivunn che'l se cunfessa. 
Gia`, duman l'è Natal. Anca quest'ann te nasset, Signur. 
Hinn tutt in festa. Tutt se fann dì regaj. 
Che regal te me fet, Signur? Te me purtaa via tuscos. 
Te duvarisset famm un regal.

( Quella qui  usata probabilmente non rispetta l'Ortografia Milanese classica, potrebbero essere necessarie alcune correzioni.)

Volendo invece raccontare in prima persona le vicende di un monaco del dodicesimo secolo, che quasi certamente si esprimeva in un misto di latino e volgare,  ho dovuto crearmi una scrittura che "apparisse" antica, anche se non poteva giocoforza essere autentica ( avete presente l'incipit in italiano antico dei Promessi Sposi, col Manzoni che poi sbotta per la difficoltà di comprensione e ricomincia con la lingua corrente? )


In nomine Sancte Trinitatis. Amen.
Mio caro Jacobus , fratello nella Fede di Nostro Signore,
perdonami per  aver mancato nei tuoi confronti, non avendo  subitamente risposto alla tua lettera.
Gli accadimenti di cui sono stato spectatore e nei quali non per mia volontà, ma per volere divino, ho avuto pur piccola parte mi hanno condotto in uno stato di confusione che solo un lungo periodo di preghiera e digiuno hanno cancellato. Ora posso narrare di quanto ho veduto con serenità e chiarezza.
E volentieri rendo a te, amico caro con cui ho condiviso il pane per tanta parte del nostro cammino spirituale, testimonianza delle mie vicissitudini.
Ecco dunque quanto avvenne.



Sperimentare con i racconti in fondo non è difficile, in fondo la particolarità stilistica che si vuole evidenziare deve reggere per poche pagine, non si rischia di annoiare il lettore. Diverso il caso di un lavoro che supera l'orizzonte delle cento pagine. Lì l'attenzione deve  essere mantenuta  non solo con la cifra stilistica. In Ex Umbris ho provato ad alternare i piani temporali, rompendo così il flusso della storia e a introdurre elementi che per contro la riannodano. Sta a voi decidere se questo giochino mi è riuscito.

Qui sotto l'incipit di Ex Umbris 




«Lo senti il profumo del mare?»
«Eccome!»
«Manca poco, vero?»
«Ancora una decina di minuti» risponde il papà di Irma, con un sorriso.
I petti si agitano, aspirano come mantici il salmastro, vorrebbero già essere in spiaggia.
Appena usciti dall’autostrada le ragazze avevano abbassato il finestrino per “respirare il mare”, dicevano.
Daniela, mamma di Irma le ha riprese.
«Chiudete, non siamo ancora arrivati.»
Hanno lasciato uno spiraglio, per far entrare l’aria carica di sale.

La visione del cartello bianco con la scritta FINALE LIGURE  porta al massimo l’eccitazione delle due ragazzine.




Post Scriptum:
Cerco la lingua è la canzone della PFM che ha ispirato il titolo di questo post. Qui sotto musica e testo



Cerco la lingua
La lingua che scorre
Che e dolce
Che rotola magica e folle
Dentro il cevello
E nella saliva
Rivolta le note
Spalanca la gola
Nei linguaggi delle strade delle osterie
Nell'inchiostro dei dialetti che non vien via
Cerco la lingua

Arrossata dal vino
Sbiancata dal sale
E dal fumo orientale
Dentro nei libri

E nelle canzoni
Rivolta il pensiero
E l'accento straniero
Alfabetto fatto di musica
Suono acceso sotto la cenere
Cerco la lingua

La lingua che scorre
Che e dolce
Che rotola magica e folle
Frasi fatte di musica
Suono acceso sotto la cenere
Lingua che mai ci metta a disagio

Che cambi ritmo
Che si lasci spezzare
Accarezzare
Che ci aiuti a dire le cose!



martedì 4 aprile 2017

Dieci anni

Dieci anni fa, il 5 aprile 2007, iniziavo  a scrivere su questa piattaforma.
I blog erano all'apice, Facebook non era ancora nato, tutti scrivevano di tutto sulle pagine di questi diari digitali.
Ho iniziato a scrivere innanzitutto perchè mi piace, amo comunicare attraverso la parola scritta ( e lo faccio meglio che a voce, a quanto pare), e nel blog trovavo il naturale proseguimento di diari, appunti e quelle poche pubblicazioni sulla stampa locale.
Non ho affrontato un tema specifico,  ma nemmeno ho scritto di ogni cosa mi venisse in mente.
L'idea di fondo che ha accompagnato i quattrocentosettantasette contributi pubblicati sino a oggi (questo è il 478esimo) è sempre stata quella di condividere la mia visione soprattutto in ambito culturale, tecnologico e scientifico, senza nessuna pretesa di autorità, semplicemente proponendo il mio pensiero.
La nuvola dei temi trattati con maggior frequenza

Non so se sono stato utile a qualcuno, con i miei commenti. Un guadagno personale c'è sicuramente stato, visto che ogni volta che intendi scrivere qualcosa a beneficio di altri, ti costringi a esporre i tuoi pensieri in maniera chiara e comprensibile,  a riconsiderare l'umiltà, perchè non sei un esperto su tutto, a prevedere la concisione, perchè il tempo è denaro, anche se ne gettiamo via la maggior parte.

Dieci anni, in termini informatici, sono una vita.
Sono felice di averla vissuta.

lunedì 27 marzo 2017

Ex Umbris, conversazioni in Libreria del Naviglio

Un'ottima occasione per discutere di tecnologia, storia, ricerca della verità e avventura.
Grazie agli amici della Libreria del Naviglio che ci ospiteranno.
Vi aspetto!



venerdì 17 marzo 2017

Incontro coi lettori in Libreria del Naviglio



Domenica 19 marzo, a Cernusco, in Libreria del Naviglio, via Marcelline 39
dalle 11.00 alle 18.00 circa

Un ottima occasione per incontrarci, parlare di Ex Umbris, della scrittura e della storia della tecnologia. Ci sarà anche Laura Bonalumi con il suo nuovissimo libro "Voce di Lupo". Approfittane

mercoledì 15 marzo 2017

Capire e amare



"Con la nostra riusciamo solo a sfiorare la vita degli altri, se siamo fortunati,  per un periodo che può apparire breve o lungo.

Mai abbastanza per capire.

Mai abbastanza per amare."





Nonostante la stesura di Ex Umbris risalga a qualche anno fa, e le revisioni frequenti prima di assumere la forma attuale, è solo da pochi giorni che mi sono accorto dell'accostamento dei due verbi e soprattutto del significato che possiamo dargli.
Capire e amare, ovvero la parte razionale e quella emotiva di ciascuno di noi.

CAPIRE = MENTE
AMARE = CUORE

Nella vicenda narrata nel libro capire e amare si alternano, così come si alternano i piani temporali della narrazione.
Pure il mondo in cui siamo immersi è frammentato, complesso, siamo costretti a confrontarci con aspetti diversi che ogni volta suscitano diverse emozioni, e per cui cerchiamo possibili logiche di risposta.

Ma la mente e il cuore non sono in contrapposizione. Si intrecciano, si sostengono l'un l'altro. La motivazione a comprendere il mondo  sta nell'emozione della scoperta, così come l'afflato emotivo deve essere comunque guidato dal pensiero razionale, per non rischiare di cadere in dolorosi baratri. In Cina i concetti di cuore e mente si esprimono allo stesso modo: xin.
Il suggerimento che ne deriva è di uscire dal dualismo incociliabile.
"A differenziare l'umanità è la capacità di seguire il cuore-mente, anzichè lasciarsi guidare in modo cieco solo dai sensi o dall'intelletto. Le decisioni sagge non nascono solo dal riflettere razionalmente. Nascono dal comprendere che cosa, secondo il nostro cuore-mente, è giusto fare. Si prendono buone decisioni quando le due cosa vanno di pari passo."
(da La Via, M.Puett - C.Gross-Loh, Einaudi)
L'intreccio del capire e dell'amare permette di canalizzare nelle azioni, nelle nostre passioni il meglio di noi stessi.

In questo senso, Ex Umbris è una storia di passione: passione per la tecnologia, passione per la ricerca, per l'avventura, passione per la vita. E non si distanzia poi molto dalla vita reale:
Trovare passione per le cose che si fanno è, se non la chiave per il successo, perlomeno il modo di dare loro un senso.




Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.