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martedì 5 giugno 2018

Pedalando tra le radici






Respiriamo la brezza calda di una giornata che prepara l’estate. Rinnoviamo lo sguardo sulla campagna immobile, testimone del lavoro millenario della terra. Ci ripariamo all’ombra della storia, di mura che hanno sentito il palmo della mano, lo strascinare stanco di piedi di migliaia di nostri antenati.  Ascoltiamo con sorpreso interesse una  storia che è la nostra, degli originari cernuschesi che ce l’hanno nel sangue, ma anche di chi abita qui pur avendo radici lontane. Perché quando si abita veramente una terra, la si fa propria.

Nei giorni che aprivano giugno abbiamo pedalato tra le strade e gli sterrati che uniscono in rete le nostre cascine, grazie alla Libreria del Naviglio che ha organizzato,   Mauro Raimondi e Elisabetta Ferrario che hanno spiegato, narrato,  commentato sin quasi a perdere la voce.

Non è stato un tour nostalgico, anche se a volte un senso di perdita affiorava specie nell’assistere alle offese che il tempo e l’incuria hanno recato a molti edifici.  È stato un viaggio nel passato per capire meglio il presente e progettare con più consapevolezza il futuro.  

A testimonianza di questo, il giro si è concluso presso una delle aziende agricole attive nella nostra città, ove giovani imprenditori ripercorrono con intelligenza e determinazione i solchi scavati dai contadini che li hanno preceduti.

A guardar bene, le radici della nostra storia affondano in una buona terra.


mercoledì 21 marzo 2018

Racconto veritiero della mia prima visita alla Cappella della Villa dell’eccellentissimo Conte Giacinto Alari, sita in Cernuschio.



Io, Bertolo Belotti fu Bonaldo, da Averara, di professione falegname, venni incaricato per un certo tempo di provvedere alla realizzazione di ammobiliamento per le stanze della Villa del Conte Alari.
Avendo infatti questi ricevuto il grado di nobiltà da poco tempo, intendeva provvedere a nuovo mobilio, specie per quelle stanze che avrebbe destinato a futuri ospiti suoi pari.
In tal periodo, si era in Quaresima,  una sera venni invitato da alcuni lavoranti a partecipare alle celebrazioni  vespertine nella Cappella della Villa. Vi avrebbero partecipato anche i conti, mi dissero.
Ora, il signor Conte mi era familiare, avendo con egli contrattato i lavori e il compenso, sei soldi ogni mese. Ma mai avevo veduto la signora Contessa Teresa, che assai mi incuriosiva, avendo udito essere lei di molto bello aspetto e maniere.
Con questo proposito quella sera mi accostai alla Cappella. È questa una costruzione molto piccola, posta sul lato orientale  del maestoso cancello d’ingresso alla villa, la qual cosa è curiosa, sapendo che  i nobili amano realizzare nei loro edifici cappelle per i loro uffici sacri, ma sempre queste sono poste nel cuore della costruzione, invece questa è posta all’esterno, e senza entrare nella villa, fittavoli  e  mezzaiuoli possono assistere alle funzioni.
Entrai dunque, e ansioso di vedere la signora Contessa scrutavo le figure accanto alla balaustra, in attesa del sacerdote officiante, ma era tutta plebe, non nobili.
Uno al mio fianco, comprendendo il mio intento, mi disse che i signori assistevano la funzione da una stanza posta dietro la grata che si vedeva nella parete del presbiterio, sopra la porta che recava in sagrestia. Deluso, presi a guardarmi intorno, ammirando la cappella.
È questa una piccola costruzione  inclusa in otto lati di  cui uno si apre al presbiterio, ove risiede l’officiante,  tutta dipinta in tenui colori tortora e rosa incarnato, i fregi dorati ornano massimamente il presbiterio, e i capitelli che sostengono il soffitto. Lo quale è quanto di più magnifico abbia veduto.
Iscritto in una figura geometrica chiamata ellisse, un grande affresco apre la volta della cappella alla visione del Paradiso. La luce della Trinità  si diparte dal centro e illumina  innumerevoli figure, sicuramente santi, di cui tuttavia, a cagione della mia scarsa attitudine allo studio, non sapevo dare nome.

Mi risolsi dunque di chiedere al gentiluomo che mi stava accanto, a modo e ben vestito, e che dunque immaginavo in grado di illuminare la mia ignoranza. Difatti egli dapprima mi spiegò che la forma del soffitto era forse conseguenza delle scoperte dell’illustre scienziato Keplero, che riteneva tale figura geometrica come costante nei movimenti celesti. Inoltre mi  illustrò diligentemente tutti i santi ivi rappresentati, di cui però rammento solo alcuni. Abbiamo dunque, come figura principe tra tutti quelli che rendono onore alla trinità San Giacinto, protettore del signor Conte,  poco più in là, oltrepassati San Francesco  e un altro santo francescano, vi è Santa Teresa, patrona dell signore Contessa. Ancora, sul fianco opposto, San Carlo e Sant’Ambrogio.
Ancora il gentiluomo indirizzò il mio sguardo all’altare ove una grande tela magnificava ancora la divozione dei signori Conti, per tramite dei propri patroni, san Giacinto e santa Teresa, amorevolmente accolti dalla Nostra Signora Madre di Dio, con i braccio il Santo Bambino e alle spalle San Giuseppe.
Intanto i vespri erano iniziati. Stetti pensieroso sino alla conclusione. Uscendo mirai il grande edificio che oltre il cancello riempiva la visuale.
Pensai: gli uomini sono caduchi. Un attimo, e di noi non resta che un mucchietto di ossa. E una domanda nacque nelle mia mente. Cosa resterà di tutto questo? Resteranno solo le opere, gli edifici, l’arte e gli affreschi, o restera qualcosa anche di noi, uomini mortali?

Anno Domini 1735, Cernuschio,

Bertolo Belotti

sabato 10 marzo 2018

La fotografia di mio padre



C'era vento.
Il lago aveva la superficie increspata, come una carta stagnola stropicciata poi di nuovo lisciata a mano.
Mio padre, di profilo, guardava l'obiettivo con l'orgoglio di chi sa di essere fotogenico.
Non ha data, quella foto, ma lui avrà avuto venticinque anni.
Pieni anni cinquanta.
Mi guarda dalla foto come se sapesse che quello è il solo vero sguardo che ci rimane di lui.
Un'immagine mediata da una pellicola fotografica vecchia più di sessant'anni, eppure viva, vitale.
Non sapeva come sarebbe stata la sua vita.
Non avventurosa, ma modesta, semplice di lavoro e speranza.
Com'è giusto che sia

lunedì 25 gennaio 2016

Rinnovare la memoria, rinnovare la cultura

(da Internet)

Sabato scorso ho assistito alla presentazione del libro a fumetti "Il viaggio di Roberto" di Giovanni Redaelli, evento promosso dall'ANPI cernuschese in occasione della giornata della memoria.

Non sto a dilungarmi sul significato della giornata e sul dovere di ricordare, che molti più quotati di me sanno commentare meglio.  Il valore aggiunto dell'evento era la presenza dei giovani, sia nella persona dell'autore del fumetto, sia nella performance, dal vivo e in video di alcuni studenti che hanno raccolto testimonianze e si sono prestati a rinnovare la memoria dei loro nonni.

Come è stato detto, hanno "raccontato storie di morte cercando di portare un messaggio di vita".

Il fumetto, opera di un ventitreenne  disegnatore con una particolare predilezione per Roberto Camerani e la sua storia è stato esplicitamente impostato per una fruizione "popolare" facile da seguire anche da chi non  legge Topolino, Tex & c.. Forse anche a causa di  questo  (e alla giovane età dell'autore)  sconta alcune ingenuità grafiche e una certa timidezza: qualche guizzo in più nella sceneggiatura e nella grafica non avrebbe guastato. Ciononostante, l'impatto con la storia raccontata è forte, le immagini prendono immediatamente e veicolano emozioni pure. Chi non ne sa abbastanza potrebbe integrare la storia  con altre testimonianze (su memoriarinnovabile.org). Ma già  così la testimonianza di Roberto  appare limpida.


Ma a ben vedere non  sta solo qui il bello di quel pomeriggio in una biblioteca affollatissima. Il fatto è che  i protagonisti di una narrazione della storia di quasi ottant'anni fa sono stati dei ventenni. 
Il fatto è che la cultura, sabato, l'hanno fatta loro.
Ed è cosa rara nella nostra città. Siamo ancora legati alla concezione di una cultura come "altra" rispetto alla vita reale. Cultura come elevazione  dalla massa, come strumento di distinzione, di separazione, mai di inclusione. Cultura come realizzazione di sè, spesso autoreferente, non a servizio della comunità per aiutarci a comprendere il mondo che viviamo. 

E invece serve una cultura della condivisione, serve raccontare e interpretare il quotidiano, servono voci che esprimano linguaggi differenti,  adeguati ai cambiamenti in atto per i quali i modelli interpretativi cari alle nostre generazioni non sono sufficienti.
Anche in questo i giovani possono essere speranza.




venerdì 18 aprile 2014

Verità



Nella narrazione, anche quella fantastica, non può prescindere dalla realtà. L'autore, mediante il processo narrativo, la sequenza di eventi, deve sempre proporre un elemento di verità. Può essere un fatto, storico o contemporaneo, un concetto, scientifico o sociologico, anche un'emozione, purchè vera.
Ci può essere una missione, nel lavoro del narratore, che lo porta a promuovere attraverso il racconto, una idea, una notizia che non ha ottenuto il giusto risalto,  o che  semplicemente egli pensa debba essere diffusa.
Ma può anche essere che chi narra non abbia proprio in mente niente, che non  voglia "lanciare un messaggio" ma semplicemente raccontare una storia che gli è cara, o che nonostante tutto ha superato tutte le barriere mentali  e fisiche e si è depositata sulla pagina bianca di un libro o  di un tablet.
Dunque?
Se il narratore è bravo, sarà in grado di trascinare i lettori nella sua scoperta della storia, offrendo i sentimenti che tale storia suscita.
E i sentimenti, le emozioni che si provano nella lettura, sono sempre veri,   anche nelle storie più improbabili.





venerdì 19 ottobre 2012

Pionieri - prima parte

L'undici agosto del 1954 Enrico Fermi, l'illustre scienziato italiano che aveva gettato le basi per l'utilizzo dell'energia atomica, sia in senso militare che civile, ebbe un'idea.
L'Universita` di Pisa aveva ricevuto un finanziamento dalle provincie e dai comuni di Pisa, Lucca  e Livorno.
Di questi tempi sembra impossibile. Non avevano finanziato l'ennesimo tratto di strada, o un ospedale o qualche altra infrastruttura utile come ritorno mediatico e quindi elettorale. Avevano finanziato una universita`, che quei soldi li avrebbe usati per ricerche la cui importanza  ancora oggi suscita perplessita` nella gente comune. Intendevano infatti realizzare un sincrotrone, ovvero uno di  quegli acceleratori di particelle che vengono alla ribalta solo se permettono di trovare  "la particella di Dio" o se qualche sventurato ministro lo usa per regalarci una gaffe planetaria.
Evidentemente gli amministratori di quel tempo non avevano l'orizzonte limitato al proprio bacino di voti, guardavano oltre.
Ma Roma li aveva preceduti. Un sincrotrone sarebbe stato realizzato in quella citta`. Dunque si trattava di trovare qualcosa di alto interesse scientifico che permettesse al mondo accademico di progredire in qualche ambito di ricerca, e alla comunita` intera di dotarsi di un volano per innovazione, industria e cultura.
Qui entro` in gioco Fermi. Negli States aveva avuto modo di comprendere l'importanza  dei calcolatori elettronici. Fu facile per lui suggerire di realizzare interamente in Italia un calcolatore elettronico. Questo, oltre a dotare l'universita` di un potente strumento di calcolo, avrebbe permesso di formare un pool di esperti in questa branca dell'elettronica, che avrebbero contribuito allo sviluppo tecnologico dell'intera Italia.
Nacque cosi` la Calcolatrice Elettronica Pisana.
(segue)

mercoledì 5 settembre 2012

Sulle spalle dei giganti

Ecco, io su questa faccenda della comunicazione ci sto pensando da un pezzo, ve ne sarete accorti ( qui accanto l’elenco dei miei contributi nel blog). Siccome  poi negli anni ho imparato che per comprendere un fenomeno  (sia esso fisico/tecnologico, come mi e` capitato al lavoro, sia sociale o culturale), si deve andare alla sorgente, a chi per primo ha teorizzato, ha scoperto la spiegazione, ha gettato le basi per interpretare e farne uso, allora ho cercato chi fosse stato il primo a dare corpo logico a questa faccenda.

Ho cercato di attingere al lavoro di Claude Shannon del 1948,  (The Mathematical Theory of Communication) , lavoro non facile per le mie scarse capacita`, cercando di tracciare un parallelo tra la teoria e la comunicazione applicata. Cosa che peraltro non e` che mi sia vennuta benissimo.

Ma sono i commenti, anzi le domande che un po’ retoricamente si pone Warren Weaver, nell’articolo-spalla dell’anno successivo ( che spiega anche agli ostici delle formule matematiche perche` il lavoro di Shannon e` cosi` importante ) a stimolare oggi maggiormente la mia riflessione sull’argomento, visto in chiave interpretativa del processo di scrittura, in particolare di scrittura narrativa.
Dapprima Weaver introduce tre livelli di  comprensione della comunicazione, che rispondono alle seguenti domande:
A. Con quanta accuratezza i simboli della comunicazione possono essere trasmessi? ( questo e` il livello tecnico a cui Shannon da` una  definizione rigorosa )
B. Con quanta precisione i simboli trasmessi riportano il significato desiderato? ( livello semantico)
C. Quanto efficacemente il messaggio influisce nel comportamento del ricevente? (livello dell’efficacia)

Weaver ricorda che se anche le due ultime domande sembrano attenere alla sfera filosofica del problema di comunicare, e la prima esclusivamente alla sfera ingegneristica, e queste sfere sono apparentemente disgiunte, in realta` l’influenza del livello tecnico sugli altri due e` alta, tanto da compromettere  la riuscita del processo comunicativo.
E` dunque necessario tornare ad analizzare il livello tecnico per comprendere appieno i meccanismi della comunicazione. E questo mi conforta nel mio ricercare.


martedì 24 luglio 2012

Futuro remoto


Forse a quelli delle generazioni successive alla mia ( sono del '63) sfugge la portata rivoluzionaria che ha avuto la sostituzione della valvola termoionica  con il transistor.



In generale le valvole erano grandi quanto una piccola lampadina, consumavano parecchi watt di potenza e dovevano essere alimentati ad una tensione piuttosto alta ( alcune arrivavano a 160 V ). Molto lontani dalle prestazioni di oggi.
Piazzare transistor al posto di valvole volle dire fare dispositivi piu` piccoli, meno energivori, ( scalando verso il basso di cento o mille volte - senza tener conto dell'attuale trend della microelettronica), agevolando la   penetrazione in  un mercato che era disposto ad acquisire qualsiasi novita` che facesse sentire i cittadini parte di un mondo che si avviava a diventare moderno.


Ricordo i nostri padri scorazzarci nella gita domenicale ( in auto, altro bene del boom economico che aveva cambiato i paradigmi del vivere quotidiano ) senza rinunciare alla radiocronaca delle partite di calcio ascoltata grazie alla nuova radio a transistor.  La tecnologia diventava, se non portatile, quanto meno trasportabile. I televisori cambiavano forma, si rimpicciolivano, acquistavano un posto nel cuore della famiglia, in cucina, e da li` non si sarebbero schiodati sino ai giorni nostri.



Dimenticai una radio a transistor simile a questa su lunotto posteriore
 dell'auto di mio padre una domenica assolata. Al ritorno la trovammo
"bollita", chiaramente non funzionava piu`... 
L'elettronica, ridottisi drasticamente i costi, entrava di prepotenza  nelle nostre vite, senza pero` che ne fossimo consapevoli degli effetti ( positivi e negativi) .
Le generazioni cresciute con il monopolio televisivo hanno imparato a riporre nella TV un fiducia incondizionata, che per fortuna  nelle nuove generazioni si sta incrinando, a favore dei famigerati social network, ma anche di una fruizione dei contenuti teoricamente piu` libera, perche` l'offerta puo` venire non solo dai grandi gruppi dell comunicazione, ma anche da singoli cittadini o produttori indipendenti.
E tutto questo grazie ad un piccolo, insignificante ma potente transistor.


giovedì 12 luglio 2012

Strumenti immortali

Ci sono strumenti e soluzioni che resistono allo scorrere del tempo. Principalmente per il loro legame unzionale con la fisiologia umana, o perche` esplicano funzioni base nella maniera piu` efficace. Prendete un cucchiaio, per esempio. La sua forma e funzionalita` sono state sviluppate circa 2-3 mila anni fa, e ha subito poche modifiche, soprattutto estetiche, o quando ha esteso la sua funzionalita` primaria, che era ed e` quella di portare cibo alla bocca ( e quella non e` cambiata ;-).
Anche se considerate la bicicletta, vecchia di  duecento anni, la sostanza non cambia. Essa ha avuto una grande evoluzione nelle forme e soprattutto nei materiali, ma la funzionalita` essenziale, quella di trasferire energia cinetica dalle gambe alle ruote, non e` mai cambiata, cosi` come non sono cambiati nella loro esssenza  i suoi elementi strutturali ( manubrio, sellino, ruote, freni, pedali, trasmissione , sostanzialmente evolutisi in termini di efficenza e ergonomicita` ).
Allo stesso modo alcune funzionalita` software, nate nel boom dell'era informatica pre-internet , sorprendentemente mantengono la loro utilita` a dispetto della pressione dei nuovi paradigmi del Web, delle funzionalita` cloud e altre amenita` del genere. 
L'avvento del sistema Unix si trascino` una serie di funzionalita` software e di linguaggi ancora oggi strumenti indispensabili per molti designer. A partire dal linguaggio C, vero pilastro della programmazione, ad una serie di tool e funzionalita` , quali l'apparentemente complicato editor VI, il linguaggio AWK, i comandi grep e sort e molti altri. ( Devo avere da qualche parte documenti originale dei Bell Labs del 1978, ereditati da un mio dirigente dei primi anni in azienda, che contengono tutti gli articoli descrittivi).  
Sono strumenti che sono alla base di molta della tecnologia avanzata che caratterizza i nostri giorni.
Saperlo mi da` un certo conforto. 

giovedì 14 giugno 2012

Narrare chi fa l'impresa

In questi tempi di crisi, si parla tanto di innovazione, di creatività, di opportunità da creare specie per le generazioni che si affacciano ora nel mondo del lavoro, ma se da un lato questo è il leit-motiv di una certa cultura dell'impresa, chiamiamola Lavoro 2.0, dall'altra si  assiste ad un tirare i remi in barca che lascia in balia delle onde della crisi migliaia di lavoratori anche qualificati.
Certo è difficile avere punti di riferimento, in Italia. Molti imprenditori che ottengono un qualche successo difficilmente ricevono attenzione al di là della cerchia più specialistica nel Web e nella carta stampata.
E anche quando se ne parla, si tratta sempre di reportage che ne illustrano caratteristiche e successi, difficoltà e diffusione. Raro che si generi, per le donne e gli uomini che oggi "fanno l'impresa" quella letteratura emozionale che avvicina al personaggio e ci permette di identificarci in esso, nel bene o nel male. Difficile insomma che ci sia in Italia chi si cimenta nell'avventura cinematografica di narrare le vicende di uno Zuckemberg nostrano  ( che potrebbe essere Renzo Rosso, o Polegato, o un qualsiasi imprenditore che ha portato il marchio Made in Italy nel mondo).
Fare sì che una bella storia di imprenditoria, o di innovazione, diventi narrazione e susciti emozioni, così come tanto successo hanno le biografie di personaggi famosi, non sempre capolavori, ma in grado di evocare ricordi ed emozioni, potrebbe non  essere solo una furba operazione di marketing.
Può essere che la narrazione susciti  senso di emulazione,  empatia,
Può essere che serva, a qualcuno, per riprendere slancio.
Ci provo anch'io, a narrare.

martedì 27 ottobre 2009

Tecnologia low




E` intrigante studiare la tecnologia low-tech, quella che ha dominato il mondo sino a poche decine di anni fa. L'occasione mi e` stata data da un arcolaio costruito da mio nonno per mia madre quando era piccola, era stato trasformato in base per lampada da salotto. Ora e` tornato alla sua funzione originaria. Magari non e` in grado di produrre filati di qualita`, ma illustra bene il concetto, soprattutto per le nuove generazioni.
Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.