mercoledì 21 marzo 2018

Racconto veritiero della mia prima visita alla Cappella della Villa dell’eccellentissimo Conte Giacinto Alari, sita in Cernuschio.



Io, Bertolo Belotti fu Bonaldo, da Averara, di professione falegname, venni incaricato per un certo tempo di provvedere alla realizzazione di ammobiliamento per le stanze della Villa del Conte Alari.
Avendo infatti questi ricevuto il grado di nobiltà da poco tempo, intendeva provvedere a nuovo mobilio, specie per quelle stanze che avrebbe destinato a futuri ospiti suoi pari.
In tal periodo, si era in Quaresima,  una sera venni invitato da alcuni lavoranti a partecipare alle celebrazioni  vespertine nella Cappella della Villa. Vi avrebbero partecipato anche i conti, mi dissero.
Ora, il signor Conte mi era familiare, avendo con egli contrattato i lavori e il compenso, sei soldi ogni mese. Ma mai avevo veduto la signora Contessa Teresa, che assai mi incuriosiva, avendo udito essere lei di molto bello aspetto e maniere.
Con questo proposito quella sera mi accostai alla Cappella. È questa una costruzione molto piccola, posta sul lato orientale  del maestoso cancello d’ingresso alla villa, la qual cosa è curiosa, sapendo che  i nobili amano realizzare nei loro edifici cappelle per i loro uffici sacri, ma sempre queste sono poste nel cuore della costruzione, invece questa è posta all’esterno, e senza entrare nella villa, fittavoli  e  mezzaiuoli possono assistere alle funzioni.
Entrai dunque, e ansioso di vedere la signora Contessa scrutavo le figure accanto alla balaustra, in attesa del sacerdote officiante, ma era tutta plebe, non nobili.
Uno al mio fianco, comprendendo il mio intento, mi disse che i signori assistevano la funzione da una stanza posta dietro la grata che si vedeva nella parete del presbiterio, sopra la porta che recava in sagrestia. Deluso, presi a guardarmi intorno, ammirando la cappella.
È questa una piccola costruzione  inclusa in otto lati di  cui uno si apre al presbiterio, ove risiede l’officiante,  tutta dipinta in tenui colori tortora e rosa incarnato, i fregi dorati ornano massimamente il presbiterio, e i capitelli che sostengono il soffitto. Lo quale è quanto di più magnifico abbia veduto.
Iscritto in una figura geometrica chiamata ellisse, un grande affresco apre la volta della cappella alla visione del Paradiso. La luce della Trinità  si diparte dal centro e illumina  innumerevoli figure, sicuramente santi, di cui tuttavia, a cagione della mia scarsa attitudine allo studio, non sapevo dare nome.

Mi risolsi dunque di chiedere al gentiluomo che mi stava accanto, a modo e ben vestito, e che dunque immaginavo in grado di illuminare la mia ignoranza. Difatti egli dapprima mi spiegò che la forma del soffitto era forse conseguenza delle scoperte dell’illustre scienziato Keplero, che riteneva tale figura geometrica come costante nei movimenti celesti. Inoltre mi  illustrò diligentemente tutti i santi ivi rappresentati, di cui però rammento solo alcuni. Abbiamo dunque, come figura principe tra tutti quelli che rendono onore alla trinità San Giacinto, protettore del signor Conte,  poco più in là, oltrepassati San Francesco  e un altro santo francescano, vi è Santa Teresa, patrona dell signore Contessa. Ancora, sul fianco opposto, San Carlo e Sant’Ambrogio.
Ancora il gentiluomo indirizzò il mio sguardo all’altare ove una grande tela magnificava ancora la divozione dei signori Conti, per tramite dei propri patroni, san Giacinto e santa Teresa, amorevolmente accolti dalla Nostra Signora Madre di Dio, con i braccio il Santo Bambino e alle spalle San Giuseppe.
Intanto i vespri erano iniziati. Stetti pensieroso sino alla conclusione. Uscendo mirai il grande edificio che oltre il cancello riempiva la visuale.
Pensai: gli uomini sono caduchi. Un attimo, e di noi non resta che un mucchietto di ossa. E una domanda nacque nelle mia mente. Cosa resterà di tutto questo? Resteranno solo le opere, gli edifici, l’arte e gli affreschi, o restera qualcosa anche di noi, uomini mortali?

Anno Domini 1735, Cernuschio,

Bertolo Belotti

sabato 10 marzo 2018

La fotografia di mio padre



C'era vento.
Il lago aveva la superficie increspata, come una carta stagnola stropicciata poi di nuovo lisciata a mano.
Mio padre, di profilo, guardava l'obiettivo con l'orgoglio di chi sa di essere fotogenico.
Non ha data, quella foto, ma lui avrà avuto venticinque anni.
Pieni anni cinquanta.
Mi guarda dalla foto come se sapesse che quello è il solo vero sguardo che ci rimane di lui.
Un'immagine mediata da una pellicola fotografica vecchia più di sessant'anni, eppure viva, vitale.
Non sapeva come sarebbe stata la sua vita.
Non avventurosa, ma modesta, semplice di lavoro e speranza.
Com'è giusto che sia

mercoledì 7 marzo 2018

Linguaggi, alieni, contesto

Alieno: che appartiene ad altri, estraneo
Nella connotazione di alieno, tanto ha fatto la fantascienza, presentando esseri di mondi lontani, con comportamenti, linguaggi, culture differenti dalle nostre. Ma trattandosi di prodotti umani, gli alieni cinematografici non sono altro che specchi delle nostre culture.


C'è un alto livello di inquinamento rumoroso nei nostri ambienti urbani, che sovrasta  i suoni dei vicini di casa non umani che sono ospitati nei giardini, nei parchi, sui terrazzi.
E se anche  i canti degli uccelli raggiungono i nostri orecchi, sono suoni a noi ignoti, alieni.
Pure sono linguaggi a tutti gli effetti, complessi, tanto che a ciascun verso viene  assegnato un differente verbo.
Il fringuello chioccola, mentre il pappagallo ciangotta. Il passero cinguetta, la tortora tuba ( sempre in coppia, da qui il parallelo con gli amanti), l'usignolo gorgheggia. La cornacchia ci disturba con il suo gracchiare, e si sovrappone al pigolare dello scricciolo o al garrire delle rondini e dei balestrucci. L'anatra starnazza e il falco stride, così come l'aquila, che però si guarda bene dallo scendere sino alla periferia urbana.
La complessità dei messaggi sonori, pur se prodotti da animali dall'intelligenza limitata, è tale che anticamente veniva definita come "Lingua degli Uccelli" un linguaggio mistico, perfetto, a volte di origine divina, solitamente precluso agli uomini o riservato solo a pochi iniziati.


Ho tra le mani un bellissimo erbario , datato 1522. Naturalmente non l'originale, ma una copia anastatica. Vi sono elencate numerose piante, le loro proprietà e caratteristiche. Eleganti immagini, ottima impostazione ,quasi scientifica.



Non capisco quasi nulla di quello che vi è scritto.

E' inequivocabilmente italiano ma ,complice la mia ignoranza anche botanica, oltre che letteraria, una frase che reciti
"Lo genebro sie caldo & secco nel terzo grado: & quando si troua nelle recette si de intender lo frutto"
mi risulta ardo da comprendere.

Il primo scoglio è il tipo di carattere: sono font non più usati, con la s che somiglia alla f , la v assente, sostituita dalla u . Le frasi sono consecutive, senza spazi o a capo.
Ma soprattutto  ho una grave lacuna semantica che mi impedisce di capire cosa significhi "caldo & secco nel terzo grado".

Insomma, se non si riesce a entrare nel contesto storico-culturale in cui questo testo è stato scritto, esso risulta quasi per niente comprensibile.
Un breve transito in rete mi viene in aiuto, e scopro che quei termini arrivano dagli studi di Ippocrate e Galeno sulle qualità degli oggetti naturali, che sono caldo, freddo, secco, umido.

Se avessi voglia di approfondire, potrei studiarmi il pensiero medico antico e quindi sarei in grado di comprendere il testo dell'Erbario.

Dovrei dunque entrare nel contesto.



È il contesto che crea l'informazione.
Prendiamo ad esempio la sequenza di lettere f-i-n-e :

FINE

In italiano esistono almeno ( per non farla troppo lunga) tre significati per questa parola
1) sottile, minuto
2) obiettivo
3) conclusione
se poi lo si legge in un contesto inglese, assume altri significati ancora, quali "bene", "bello".

Il contesto fa la differenza
Non si tratta solo di un tema inerente alla Teoria dell'informazione, nel cui ambito  il contesto  è uno dei fattori che determina la ridondanza ( W. Weaver, Some recent contributions to the Mathematical Theory of Communication,1949, cap. 2). 

Entrare in un contesto significa assorbire l'ambiente, percepire tutte quei piccoli segnali che lo costituiscono.  Senza preconcetti.

Entrare a contatto con una cultura che ci è aliena (fosse anche semplicemente  lontana), assorbirne le abitudini, le regole, ci porta a comprenderne il pensiero, espresso attraverso il linguaggio.   Persino gli etologi, studiando il comportamento delle specie animali, ovvero entrando nel loro contesto, riescono a ricavare i significati portati dal rozzo vocabolario di suoni.
E quello che un tempo era alieno, inizia a diventare familiare.


lunedì 5 marzo 2018

Dieci cose che ho imparato nell'essere padre

(approssimandosi la festa del papà, mi hanno chiesto una riflessione da pubblicare sul periodico Voce Amica, che qui riporto) 

In questa società liquida dove  i cambiamenti sono repentini, così come i diversi atteggiamenti dei nostri figli, ci viene chiesto di essere padri.
La base granitica su cui si basava la famiglia di cinquant’anni fa si è sgretolata e con gli anni e anche attraverso errori mi sono reso conto che le modalità ereditate dalla nostra educazione familiare a volte sono inutili o controproducenti.
Da queste e altre considerazioni nasce l’elenco, stilato qui sotto,  delle cose che ho imparato nell’essere padre.
  1. Ho imparato ad accogliere. I figli  entrano nella tua vita senza chiedere permesso, riempiono la casa, scombinano abitudini e orari, e quando sono molto piccoli  rilasciano spiacevoli prodotti del loro metabolismo.
  2. Ho imparato la pazienza. Per una qualche legge sulla relatività universale, il tempo di un bambino scorre diversamente dal nostro, e quello di un adolescente pure.
  3. Ho imparato a sciare a quarant’anni con mio figlio Nicolò, a conoscere i balletti di danza classica con Maria Sofia, a rivolgere attenzione allo sport ( basket, judo, persino calcio),  e apprezzare la musica classica e i musicals grazie al talento di Filippo.
  4. Ho imparato a non restare confinato ai gusti musicali e di costume degli anni ottanta, perchè l’arte è evoluzione.
  5. Ho imparato a essere esempio senza pretendere di insegnare.
  6. Ho imparato a essere sostegno senza sostituirsi.
  7. Ho imparato a essere guida senza essere competitivo.
  8. Ho imparato a educare senza imporre propri modelli.
  9. Ho imparato che solo creando legami di coppia, solo con una armonia che non è assenza di conflitti, ma comprensione e volontà di superare le differenze, si può continuare  a crescere come genitori ( un grazie a Gabriella).
  10. Ho imparato a perdere i figli, perchè quando si affacciano alla condizione adulta, tu non sei più davanti a fare la strada, ma dietro, a guardargli le spalle.
“I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
[...]
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo.”

Gibran Khalil Gibran


giovedì 15 febbraio 2018

Appunti su yoga e comunicazione


Da circa un anno, insieme a Gabriella, ci stiamo dedicando alla pratica dello yoga. Tralasciando tutti gli evidenti benefici psicofisici e mettendo da parte per un attimo il fatto che sia una espressione di religioni e culture orientali ,  quello che ce lo fa apprezzare è il fatto che sia una disciplina che  intende occuparsi di tutti gli aspetti della vita, che vede lo spirito, inteso sia in senso metafisico che come comprensione di sè, in piena connessione con il corpo.

Ho scoperto che il quinto chakra  dello yoga, vishuddha , posto accanto alla laringe, che ci permette di parlare, è quello della comunicazione. La parola come veicolo primario della comunicazione.

Siamo uomini non solo per la nostra composizione genetica, ma anche e soprattutto perchè interagiamo con gli altri, lo facciamo sin dalla nascita. Chi rifiuta di comunicare perde parte della sua umanità. Ma per comunicare in modo appropriato è necessario sviluppare modalità comuni a tutti i membri della comunità di appartenenza. Da qui i linguaggi, suoni (e poi simboli, diventati successivamente lettere) che racchiudono un significato comune.
Per vivere, e con-vivere, sono anche indispensabili modalità di comportamento , spesso codificate in riti.

Occorre ritornare al significato  di rito.  Non abitudine, come spesso viene percepito.
Se pur nati con l'idea di portare un messaggio, sottolineare l'importanza di un evento o di un gesto, piegare l'attenzione verso una buona pratica ( il rito della buonanotte per i bambini, che riallaccia il legame familiare, o il segno di croce per i cristiani, insieme simbolo identificativo e memoria  , i riti si sono sclerotizzati, svuotati di significati in parte a causa dell'incapacità delle istituzioni civili e religiose di sostenerli.
In verità essi sono una modalità per guidare il pensiero e l'azione verso uno scopo buono per sè e per gli altri.


I riti dello yoga ( il saluto, la respirazione, le posizioni ), guidano la mente. Tutto concorre a una visione dell'essere spirituale intrecciata al corpo materiale.  L'energia visualizzata nelle pratiche yoga non è vera "energia", ma proiezione della nostra mente per acquisire consapevolezza. Eppure veramente influisce sul corpo, donandone equilibrio, calma, elasticità fisica e mentale.

Con questa predisposizione, l'aspetto emotivo della  comunicazione acquista una valenza positiva che ne rinforza anche la parte di contenuto, rendendolo più efficace.

Sarebbe davvero auspicabile che questa positività emozionale, questa elasticità di pensiero  si diffondessero nella società allo stesso modo. Per restituire ai riti i significati dimenticati, alle azioni il giusto peso, alle comunicazioni il giusto equilibrio, alle opinioni gli strumenti adatti affinchè non siano lampi di un pensiero scoordinato, ma attente meditazioni con gli occhi bene aperti sul mondo.

martedì 16 gennaio 2018

Elogio della Valle


Amiamo le montagne. Ma alle cime preferiamo le valli.
Salire una vetta è una sfida, un confronto con le difficoltà della natura e una misurazione dei propri limiti fisici.
Salire è una ricerca, un’ascesi spirituale, una porta a una dimensione aliena rispetto al quotidiano, che si apre all’universo, che si esprime nelle guglie di roccia e ghiaccio,  estreme propaggini della Terra proiettate verso lo spazio esterno.

“Le rocce delle montagne di fronte luccicano di luce violenta.
Si direbbero fatte d’acciaio, come lame di spade conficcate nella terra.
Un punto nel cielo, forse un’aquila.
Il cielo è proprio azzurro, quassù.
Niente a vedere con il pallido della pianura.”
(autocitazione : Alta Via, racconti verso l’Alto )






Ma alla base dei giganti di pietra si dipana una ragnatela di solchi scavati, che tagliano la terra nei modi più disparati, che mostrano anfratti, spiazzi, ampi declivi, ripidi versanti boscosi, praterie ondulate.

“Le valli sono rughe sulla faccia della Terra,
scavate da ghiacciai e torrenti, grandi e inarrestabili scultori.
Come solchi umani […] rivelano i caratteri della gente,
emozioni e scontri infiniti, che si perdono negli anni.”
(cit. Carlo Grande, Terre Alte, Ponte alle Grazie, 2008)

Se gli incontri tra chi si avventura sulle vette sono brevi,  intensi, improntati alla solidarietà di chi come noi affronta il rischio di mettere in gioco tutto di sé, persino la propria sicurezza, nelle valli si incontra il lavoro, il vivere quotidiano, la sfida a lungo termine del sopravvivere, e se possibile prosperare, in un ambiente per alcuni aspetti ricco, per altri avaro e aspro.

La valle protegge, nasconde. Racchiude, accoglie, si allarga ad abbracciare il cielo, si corona di luce all'alba e al tramonto.

🌙

Risaliamo la valle. Dopo un'ora scarsa di auto giungiamo oltre la Goggia, dove la valle diventa Alta.
Il paesaggio, nonostante siano il terra d'ombra e il castano i colori dominanti, offre a sprazzi lampi di oro, quando qualche raggio di sole colpisce boschetti di larici o filari di siepi. 
Oltrepassiamo l'ultima lunga galleria, che buca uno sperone che ostruisce parzialmente la valle, e usciamo dalla parte opposta, nella piana dove il Brembo di Carona mescola le sue acque con il Brembo di Mezzoldo. Pare di essere usciti dall'armadio di Narnia, di aver attraversato il ponte per Terabythia. Un paesaggio inusuale, almeno per noi.
Tutto è imbiancato da una coltre di neve, sulle foreste di abeti pare sia stato steso un tessuto piè de poul.  Fili bianchi e e neri a tessere arabeschi sulle gobbe antiche che si fondono per formare il letto del torrente fumante.
La neve scende ancora e scenderà tutta la notte.
Il mattino dopo il sole ritardatario sfolgora sulle superfici vetrose della neve ghiacciata, sulle stalattiti a mille sui bordi rocciosi delle strade, sulla polvere d'argento che mossa dal vento, si libera dai rami degli alberi.
Nei giorni che seguono facciamo esperienza di fondo, di wellness e di cene accanto al camino nel più bel agriturismo della valle, altre volte abbiamo ciaspolato, esplorato angoli semisconosciuti, passeggiato in borghi dove il selciato rimanda l'eco delle migliaia di calzari che lo hanno percorso dal Medioevo a oggi, assaporato i sapori della valle, ricevuto accoglienza in rifugi minuscoli, goduto di una cordialità rustica ma sincera.
Ci siamo immersi, oltre che nelle salutari acque delle Terme di San Pellegrino, anche nella atmosfera da Belle Epoque, che ha trasformato questo comune per un breve periodo in un "buon retiro" della società bene italiana.

 Non siamo molto lontani dal mondo del business e delle industrie, ma per noi salire in valle è come raggiungere l'Ultima Casa Accogliente

« La sua casa era perfetta, che vi piacesse il cibo, o il sonno, o il lavoro, o i racconti, o il canto, o che preferiste soltanto star seduti a pensare, o anche se amaste una piacevole combinazione di tutte queste cose. In quella valle il male non era mai penetrato »  ( J.R.R.Tolkien, Lo Hobbit)






domenica 24 dicembre 2017

La notte di Yousef



Yousef era esausto. Aveva camminato tutto il giorno e gran parte della notte, vagando affannosamente alla ricerca di un riparo soprattutto per Myrhiam, ormai gemente per i dolori del parto.
Una capanna, solo una capanna di pastori avevano trovato, messa loro a disposizione, mentre quegli uomini rozzi ma gentili avevano pernottato all’aperto.
Dopo che Myrhiam ebbe partorito, gli fu mostrato il bimbo. Un bel neonato che strillava al mondo il suo arrivo. Niente di particolarmente strano, niente di santo.
Era dunque questo minuscolo essere che avrebbe dovuto chiamare Yeshua, Yahweh che salva ?
Ebbe appena il tempo di ammirarlo e di stringere forte la mano della sua sposa.
Lei gli ritornò un sorriso affaticato e uno sguardo, lo stesso che lo aveva fatto innamorare, quando l’aveva notata la prima volta alla Festa delle Capanne.
Fu sbrigativamente allontanato dalle donne che avevano assistito al parto e e preso in consegna da un gruppo di pastori. Lo avevano rifocillato e con lui avevano festeggiato il nuovo nato.
Intorno al fuoco fecero girare un otre di vino con miele, e con molte allusioni brindarono al  nuovo padre.
Inebriato e confuso, i pensieri vagavano tra l’euforia della nascita, la preoccupazione per il futuro, i dubbi sulle decisioni prese.
Ricordava la gioia degli incontri con Myrhiam, le sere addolcite da tramonti che si spegnevano nei suoi occhi scuri, la felicità per le nozze imminenti …
Poi l’annuncio di quel bimbo nel grembo. Myrhiam glielo aveva detto guardandolo negli occhi, orgogliosa, aveva  tenuto testa a tutte le sue domande, alla sua rabbia. No, non era lui il padre del  bambino, ma Myrhiam non aveva conosciuto altro uomo. E come era possibile?
Un messaggero del Signore? Non si era mai udito. Perchè proprio a lei ? Non aveva risposto.
Aveva urlato, l’aveva minacciata. Ma lei ferma, impassibile, le mani sul ventre a proteggere la creatura che maturava in lei dalla veemenza di Yousef.
Quella notte, e molte altre dopo, il sonno non si era impadronito della sua anima agitata.
Egli le voleva troppo bene, la sua rabbia si era trasformata in rassegnazione, ma non poteva tenerla con sé. L’avrebbe allontanata, ma in segreto.
Quando giunse a quella decisione, si lasciò vincere dalla stanchezza e finalmente riuscì a dormire.
E sognò.  Dapprima sognò Myrhiam, che si allontanava da lui, egli voleva raggiungerla, ma era legato a un giogo, come un animale, come un mulo era costretto a girare la ruota di un mulino, e a ogni giro vedeva la sua sposa allontanarsi sempre più  e la sofferenza in lui si faceva sempre più grande.
Poi un essere  splendente, dalle vesti candide entrò nel suo sogno e gli parlò.
«Yousef, figlio di David, non temere di prendere con te Myrhiam, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Yeshua: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.»
Chi era quell’essere ? Parlava a nome di Dio ? Come poteva credergli ?
Il mattino dopo, Yousef era andato in sinagoga e aveva chiesto consiglio su come porsi rispetto ai segni che l’Altissimo ti poneva dinnanzi. 
Il sacerdote, intuendo l’inquietudine di quell’uomo, rispose che di fronte ai misteri di Dio  non si può fare altro che chinare il capo e pregare.

«Dov’è il bambino?»
La voce cavernosa proveniva oltre l’alone di luce del fuoco. Più di un pastore ebbe un sussulto e guardò preoccupato verso il punto da cui era giunta quella domanda.
Yousef si riscosse dal dormiveglia. Soldati?  Addetti al censimento? Com’era possibile che avessero già saputo del bambino? Non fece in tempo a riprendersi, che il tono cavernoso si fece appena più gentile.
«Dov’è il bambino che è appena nato.»  L’autore della domanda si avvicinò al fuoco.
Era un gigante, forse Goliyat tornato dagli inferi, ma giovane come lo era David. Misurava almeno quattro cubiti, e le sue spalle occupavano altrettanto spazio. Ed era un soldato romano.
Qualcuno intorno al fuoco mise mano al coltello.
Il gigante allargò le mani, a mostrare che non portava armi, e si mise a narrare.
«Ero appena uscito dalla taverna, non avevo bevuto molto. Mi trovo davanti un giovane dalle vesti bianche, che mi sorride. Provo a scansarlo, ma mi sembra di afferrare l’aria. Egli mi sfugge. Poi mi dice, sempre con il sorriso “Amico, ti devo  dare un annuncio. È nato un bambino.” Io alzo le spalle. Ne nascono tanti di bambini, e molti ne muoiono, è la vita. Ma quello prosegue. “Longino! Egli è nato anche per la tua salvezza. Sei chiamato ad avere un ruolo nella vita di quel bimbo. Ora vai, lo troverai dove più misera è la vita e più fredda è la notte."   Non ricordo cosa feci dopo. Mi sono ritrovato qui con in testa il solo pensiero di trovare quel bambino.»
Con riluttanza, Yousef rispose.
«È qui. È mio figlio.»
Nel dirlo, Yousef si sentì investito del compito che negli anni a venire lo avrebbe occupato per tutte le ore libere dal lavoro. Avrebbe accudito quel figlio, lo avrebbe protetto, gli avrebbe insegnato le Sacre Scritture, sarebbero insieme andati in Sinagoga e insieme avrebbero faticato, assaporato il sudore del lavoro, il profumo del legno e della pece.
Lo avrebbe cresciuto affinchè diventasse uomo.
E tutto l’orgoglio si tradusse in quella risposta.
«È mio figlio.»
Non il figlio di Dio, che così si sarebbe rivelato nel tempo.
Non un figlio bastardo, frutto di un concepimento in cui lui non aveva preso parte.
Non un figlio trovato,  piantatosi davanti al suo cammino per quella sorte che gli uomini di Israele ritengono essere spesso avversa nei loro confronti.
Un figlio. Suo figlio.

Il brusio intorno al fuoco era aumentato. C’erano molte persone. Qualcuno si rivolgeva a lui, anche se Yousef non era certo di comprendere tutto quello che diceva.
«Mi è apparso un Angelo, era un Angelo del Signore, ti dico. Non mi ha parlato, ma ho subito capito che dovevo venire qui, che qui è nato colui che sarà Re d’Israele. »
«C’era un ragazzo, me lo sono trovato seduto accanto a me.  Si è alzato e mi ha preso per mano, portandomi qui. Ma ora è sparito. »
«Noi abbiamo sentito come un coro di voci, no, non erano  voci  di pecore, che a volte paiono belare all’unisono. Le abbiamo sentite distintamente, cantavano Gloria nell’alto dei cieli. »
Le parole si sovrapponevano, alcuni lasciavano accanto alla capanna dei panni, ceste che si colmavano di cibo.
Yousef era stordito. Strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci. Tutti si congratulavano con lui, il padre che padre non era, ma che lo sarebbe diventato.
La porta della capanna si aprì, uscì Myrhiam, con in braccio un fagotto, che  porse a Yousef con uno sguardo carico d’amore.
Il volto del bimbo era sereno, ignaro del ruolo che avrebbe avuto nel mondo.
Lo avrebbero chiamato Yeshua, come aveva ordinato l’angelo.
Yeshua, Dio salva.
Egli lo sollevò in alto, per mostrarlo a tutti, e un’ovazione esplose tra la folla.

Una intuizione nacque in Yousef. Non era tanto importante essere certo della provenienza di quel figlio cresciuto nel ventre di Myrhiam.
Il vero mistero era un’altra domanda. Una domanda alla quale né i sacerdoti, né i saggi sarebbero riusciti a dare risposta sincera, ma che quel bambino che oggi era suo figlio avrebbe incarnato nella sua vita.
Una domanda semplice e profonda.


Da dove veniva tutto questo amore ?
Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.