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giovedì 29 agosto 2013

Letture sull'Amore e un paio di sorprese

Le sorprese, legate al compimento del mezzo secolo, sono quelle che vedete in foto: un gradito tablet da 8 pollici, che funziona molto bene anche come e-reader (a dispetto dei  puristi ; avendo provato anche il kindle, io tutte queste difficolta` di lettura non le ho trovate), e quel supporto alla lettura che ho scampato sino ad ora ( un oculista aveva vaticinato l'uso degli occhiali, ma sono passati sei/sette anni da allora ) , ma mi ritrovo a dover utilizzare specialmente alla sera o con font molto piccoli.
Dei libri che mi son portato in vacanza, alcuni erano di argomenti tecnici inerenti al mio lavoro ( un giorno o l'altro parlero` anche degli aspetti della collaborazione attraverso i social network aziendali ) che ho piluccato per cercare informazioni utili.
Sorprendentemente, e me ne sto rendendo conto ora mentre scrivo queste righe, i tre libri di narrativa  che ho avuto tra le mani quest'estate hanno a che fare, in un modo o nell'altro, con la famiglia.

Il primo in realta` e` il poema erotico/amoroso per eccellenza, conosciuto come Cantico dei Cantici. L'ho riletto nella versione tradotta e commentata da Ceronetti, un classico di Adelphi che una famosa catena di librerie ha rimesso in circolo in edizione speciale. Avevo letto alcune versioni parecchi anni fa, e avere tra le mani il testo ha riacceso in me la voglia di  ( provare a ) studiare un po' questo sorprendente testo.

In "Non so niente di te" di Paola Mastrocola, si narra di una famiglia apparentemente vincente, padre avvocato, madre architetto, figlio con una carriera ben guidata, da economista.  Ma le apparenze nascondono una ribellione interiore ( che purtroppo a volte prende il sopravvento nella narrazione, appesantendo un po' il flusso del romanzo, per altri versi magistralmente scritto ) che si concretizza con uno stratagemma del figlio, che una volta scoperto sconvolgera` le vite di tutti.

Anche "Non volare via" di Sara Rattaro racconta di una famiglia. Alle prese, in una narrazione a tratti scioccante, con la rottura della normalita`, costruita con fatica a tutela di un figlio disabile, per un tradimento e la sparizione della figlia adolescente. Basta un momento, un bacio in piu`, e il fragile castello ipocrita crolla trascinando  tutto l'amore che si e` disposti  a dare: "quando si tratta della nostra vita ecco arriva il caos, perche` mettere in ordine significa trovare una logica, fare una selezione, quindi perdere qualcosa. O qualcuno." 

Non e` difficile notare che questi due romanzi sono dominati da una negazione. Espressa anche nel titolo da quell'avverbio "Non so niente di te", "Non volare via".

Vivere intensamente la famiglia significa comunque negare qualcosa, rinunciare ad una liberta` presunta che a volte si rivendica, significa negare le proprie aspettative verso i figli, ("voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati avanti"-cit. G. K. Gibran  ) , negare percorsi che usino la famiglia come supporto per il proprio esclusivo successo.

La scoperta di questa negazione, di questo dover rinunciare per avere e` il cammino, il percorso di coppia e di famiglia.



Anche nel Cantico vi e` una negazione. Non una assenza, perche` Dio  sostiene le fondamenta dello scenario nel quale si muovono i due amanti, ma nel Cantico Dio non appare, non viene nominato. Quasi volesse rinunciare a se per esaltare l'amore umano. Non ha bisogno di essere citato, perche` a detta di Ceronetti: "nel niente erotico sacralizzato le grandi realta` dubbiose, Uomo, Anima, Corpo, Sapienza, Dio esistono in figure viventi di attirati reciprocamente, abbracciati, intrecciati, e nello stesso tempo di fuggitivi, sospiranti, separati, desiderosi, introvabili. " 
Personalmente non ritengo che il Cantico dei Cantici sia una metafora del rapporto tra l'umanita` e il divino, quanto il perfezionamento di quello che viene detto in Genesi 2, 14:  "Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna."

E il cerchio tra le tre letture agostane si chiude.




giovedì 19 gennaio 2012

Le parole della Parola: Verbo

Prologo

I testi religiosi sono stati, lungo tutto l’arco della storia dell’uomo,  punto di riferimento per migliaia di persone che spesso avevano come sola opportunità di conoscenza proprio  il testo sacro.
Ma le parole sono nate prima. Dalla religione hanno ricevuto una investitura, un sigillo  carico di significati che sovente trascendono quello originario.
E ogni parola, in forza del suo significato, del suono che la evoca, del contesto in cui nasce, che cosa ispira? Quali sentimenti, che collegamenti logici e istintuali?
Spinto dalla curiosità, ho voluto esplorare in modo laico (ma non del tutto, perché nell’approccio ad un Libro Sacro non si può prescindere dalla religione) alcune delle parole ospitate nella Bibbia. ( Non ho tenuto in considerazione i testi sacri delle altre religioni per pura ignoranza, ma potrebbe essere opportuno sottolineare che anche il Corano è considerato Parola di Dio)
Non e` che avverta l’ esigenza di un ulteriore contributo esegetico  ( con che ruolo, poi, visto il carattere dilettantesco di questi miei scritti) , piuttosto vorrei comprendere quanto questi termini si siano poi radicati nella cultura e negli usi del nostro mondo occidentale.
Ho selezionato dunque alcune delle parole più evocative, e ho cercato di lavorarci su.

Verbo


Ci sono due pagine che in particolare vedono la Parola evidenziata nel suo significato primario per la Bibbia: la Creazione  e l’incipit del vangelo di Giovanni

Tutto inizio` da li`.
In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio. (1)

Dio crea il mondo pronunciando parole.

Poi Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu.(2)

Dall’alba degli uomini la parola, trasmissione di pensieri codificati in suoni prima, in simboli grafici poi, e` stata il segno distintivo che ci distingue.
Non solo la semplice codifica di messaggi base quali “cibo”, “pericolo”, “copula”, come avviene in tutti gli animali ( dove alla carenza o mancanza di suoni suppliscono spesso  con messaggi visivi o olfattivi ).
No, qualcosa di ben piu` articolato, che supporti anche pensieri piu` astratti, sogni, aspettative per un futuro in grado di essere immaginato.
Dio usa i segni, ma più spesso la Parola per indicare il suo volere agli uomini.
Ma a ben guardare, Verbo e Parola, per la lingua italiana sono dissimili. Pur riportando ad uno stesso concetto fondamentale, l’espressione del pensiero attraverso un simbolismo riconosciuto da una comunità umana , i  due termini riportano a diverse interpretazioni.
Ove la parola è ispiratrice di un concetto, il verbo si riferisce ad una azione.
Quindi la Parola di Dio indica la strada, ma è il Verbo che questa strada prepara per l‘umanità, a cominciare  dalla Creazione.
A loro volta gli uomini hanno lasciato opere che sfidano i millenni, ma solo attraverso le loro parole tramandate comprendiamo la storia e il pensiero dei nostri padri.
Dal dominio della parola al dominio della Terra in un lampo di centocinquantamila anni, attraverso quasi settemila lingue diverse.
Così la parola si fa  elemento base della comunicazione, si incista nello sviluppo umano, plasma le menti tanto da renderla parte della fisiologia, con lo sviluppo  di gola, faringe e laringe, ma soprattutto con l’allocazione di una area specifica del cervello per la sua elaborazione.
La parola diventa elemento imprescindibile dell’evoluzione umana, essenza stessa della cultura.
La parola, che comunica anche con la sua assenza.
Avviene così che chi si sottrae ad una interazione si sottrae anche all’uso della parola: “Con te non ci voglio parlare” è sottrarre al rapporto con l’altro uno dei canali più ricchi ( ma non annulla il rapporto, che rimane, anche se negativo).
E se con la parola non siamo in grado di spiegare tutto, non è per carenza di vocaboli o incapacità di articolazione:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.(3)

Ma così come la Parola di Dio genera il mondo, e si incarna nel Cristo, secondo i versetto sopra citati, anche l’uso della parola da parte dell’uomo ha una funzione generatrice. La parola, il verbo, che etimologicamente rimanda alla radice var,  con significati anche di insegnamento e annuncio,  ( da cui deriva anche Word -parola - in inglese ) nel consesso umano sono generatori di idee, storie.
Nel narrare diventiamo dunque anche noi sub-creatori, costruiamo mondi secondari ove far accadere le vicende nate dalla nostra fantasia. L’atto della sub-creazione, che si esprime primariamente  con la parola ( le  immagini, fisse o in movimento, solo  in tempi relativamente recenti si sono aggiunti allo scaffale del sub-creatore), è un moto d’orgoglio, un tentativo di mangiare la mela originaria e ripiantarne i semi un po ovunque.
L’autore, con la sub-creazione “costruisce un Mondo Secondario in cui la nostra mente puo` introdursi. In esso, cio` che egli riferisce e` vero: in quanto in accordo con le leggi di quel mondo. Quindi ci crediamo, finche`, per cosi` dire, restiamo al suo interno”(4).
“La Parola prevale su tutto, perche` creatrice e vivificatrice di immaginazione”.(5)


Riferimenti:
1) Giovanni 1, 1
2) Genesi 1, 3
3) E. Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia, 1925
4) J.R.R.Tolkien, Sulle Fiabe, 1939
5) G. De Turris, introduzione a “Il medioevo e il fantastico:, J.R.R. Tolkien, 2003



Appunti
Commento sul mio taccuino ( cartaceo e in web) gli argomenti che di volta in volta mi sembrano più interessanti, con un obiettivo semplice: cercare di migliorare e rendere più chiara la mia visione del mondo. E se questo può aiutare anche voi, ne sono felice.